Visualizzazione post con etichetta Scrittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scrittura. Mostra tutti i post

1.12.14

Black Mask magazine


Ideato dal giornalista H. L. Mencken e dal critico George Jean Nathan, e lanciato per la prima volta nel 1920 dall'editore americano Florence Osborne, Black Mask era un pulp magazine nato prima di tutto a sostegno della prestigiosa rivista letteraria The Smart Set (che Mencken stesso curava in perdita sin dal 1917). Black Mask fu stampata con l'intento di offrire, secondo le stesse parole della redazione:
"Le migliori storie d'avventura, del mistero, gialli polizieschi e le più grandi storie d'amore e dell'occulto."
Nonostante il buon successo, nessuno avrebbe potuto immaginare però che da lì a poco Black Mask avrebbe pubblicato, sotto l'attento controllo dell'editor Joseph T. Shaw, il meglio della narrativa di genere firmato da nomi prestigiosissimi come Dashiell Hammett (che per la rivista creò Sam Spade , Il Falcone Maltese e Continental Op), Raymond Chandler, Erle Stanley Gardner, Paul Cain, Frederick Nebel, Frederick C. Davis, Raoul F. Whitfield, Theodore Tinsley, W.T. Ballard, Dwight V. Babcock e Roger Torre. Inoltre, l'autore George Harmon Coxe creò per la rivista la serie a puntate Casey, Crime Photographer, un grosso successo che divenne anche un proficuo franchise multimediale (tra romanzi, film, serie tv, adattamenti teatrali, sceneggiati radio e fumetti).


Tutte le cover di Black Mask erano solitamente affidate a illustratori come Fred Craft o J.W. Schlaikjer, mentre ad Arthur Rodman Bowker furono assegnate tutte le illustrazioni interne.



Black Mask raggiunse il picco di vendite proprio nei primi anni '30, ma subito dopo l'interesse cominciò a scemare sempre più sotto la pressione di radio, cinema e riviste rivali. Fino a quanto, nel 1936, rifiutando di tagliare i compensi agli scrittori (già poco retribuiti), Shaw si dimise seguito a ruota dagli scrittori di più alto profilo che collaboravano alla rivista. Il suo successore, Fanny Ellsworth (1936-1940), riuscì ad attirare nuovi scrittori tra cui Cornell Woolrich, Frank Gruber, Max Brand e Steve Fisher, ma dopo i suoi quattro anni di direzione la rivista tornò a vendere poche copie. Nonostante questo resistette in edicola ancora per un decennio, fino alla sua definitiva chiusura avvenuta nel 1951.


Nel 1985, la rivista fu rilanciata come The New Black Mask e caratterizzata da una terribile confezione (parere di chi scrive) ma da brillanti contributi di noti giallisti come James Ellroy, Michael Collins, Sara Paretsky e Bill Pronzini (e tra le nuove pagine vennero ristampati anche i migliori racconti di Chandler e Hammett). Nonostante i buoni propositi, però, questa nuova incarnazione ebbe vita breve durando appena un paio d'anni.


Le copie originali di Black Mask sono oggi molto apprezzate e ricercate dai collezionisti. I numeri che raccolgono le storie di Chandler e Hammett, naturalmente, sono quelle particolarmente rare ed acquistate a prezzi elevati.


30.1.14

«This is How to Write a Good Short Story»


Lo ha detto Kurt Vonnegut. Il che, già di suo, dovrebbe bastarti. Devo ammettere però che, personalmente, da lettore, non sono d'accordo proprio su tutti i suoi punti (in particolare mi fanno storcere leggermente il naso il 7 e l'8), ma per tutto il resto... oro che cola.

1. Utilizzare il tempo di un perfetto sconosciuto, affinché lui o lei non sentano che il tempo è stato sprecato.
2. Dare al lettore almeno un personaggio per cui lui o lei possano tifare.
3. Ogni personaggio deve volere qualcosa, anche se si tratta solo di un bicchiere d'acqua.
4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere o far progredire l'azione.
5. Arrivare alla fine il più velocemente possibile.
6. Essere un sadico. Non importa quanto siano dolci e innocenti i vostri protagonisti, fate accadere a loro le cose più orribili, in modo che il lettore possa vedere di cosa sono fatti.
7. Scrivere, per piacere, di una sola persona. Se aprite la finestra e fate l'amore col mondo, per così dire, la vostra storia prenderà la polmonite.
8. Dare ai lettori quante più informazioni possibili nel minor tempo possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una comprensione completa di quello che succedende, dove e perché, in modo da poter completare da soli la storia, anche se gli scarafaggi dovessero aver mangiato le ultime pagine.

24.1.14

Se stai scrivendo una storia (o più di una)...


Se stai scrivendo una storia (o più di una) che per forza di cose DEVI sapere come comincia, DEVI sapere come finisce e DEVI sapere pure cosa piazzarci in mezzo punto per punto (e quindi non puoi farti rapire dallo stream of consciousness come fa, che so, Stephen King) e nonostante tutto questo hai cominciato a lavorare direttamente su un foglio bianco di word, le possibilità sono 3:

1. Sei uno scrittore scafato con il peso dell'esperienza e quindi hai già scritto tante storie. Nel qual caso hai tutta la mia invidia e, allo stesso tempo, tutta la mia ammirazione.

2. Hai già scritto storie ma non ti sei mai reso conto di aver sbagliato tutto fino a questo momento (o sei un inguaribile masochista).

3. Non hai esperienza e di conseguenza non ti sei ancora reso conto che stai sbagliando tutto. E in parte sei giustificato, ma solo se alla fine te ne accorgi.

La scrittura esige materia: risme di fogli bianchi, buste A4 trasparenti, penna bic nera o blu, evidenziatore, post-it colorati, forbici, nastro adesivo, cutter. E le mani. Ah, e poi l'elemento più importante di tutti: la testa.

E attento al tempo. Sa essere cattivo, quando vuole: se hai progettato di dedicare a quelle storie due o tre mesi e alla fine quei mesi diventano quattordici (perché di mezzo ci è passato un pessimo, pessimo 2013), ti fai tante domande a cui non puoi dare risposta. Ti tocca di nuovo aspettare.







25.6.13

Di attori e scrittori e della caduta dei grandi miti che se a una certa la finiamo, è meglio per tutti


Che cazzo. Non mi era ancora andata giù la scomparsa di James Gandolfini (mi sembra di aver perso un amico di famiglia, forse per quella sua aria un po' così da perfetto vicino, nonostante la grandezza delle sue doti interpretative). Sto ancora lì a rimuginare sulla sua dipartita, sul fatto che non avesse ancora 51 anni, che quando iniziò a interpretare Tony Soprano avesse praticamente l'età che ho io adesso, nonostante ne mostrasse comunque una decina in più. Non faccio in tempo a decidere di rivedere tutta la prima serie dei Soprano e non faccio in tempo a rivedermi  la prima parte dell'ultima stagione che stanno dando adesso sul digitale (l'episodio dove lui si riprende dal coma e chiede sussurrando alla moglie se è già morto, l'hanno dato un paio di giorni dopo il fattaccio e a me ha messo i brividi per la tristissima coincidenza). Ho visto quegli episodi queste ultime notti, tra le tre e le quattro, complice una simpatica febbre alta e una simpatica gola gonfia curate a botta di cortisone, che di farti dormire non se ne parla.


Non faccio in tempo a soffrire come si deve per tutto questo, che se ne va pure pure uno dei grandi maestri della letteratura horror, di quell'horror sottile e d'autore, mai fine a se stesso, mai pacchiano, sempre accompagnato da un'impareggiabile dialettica che a voglia a stare lì a cercare di imparare le lezione. Richard Matheson di anni ne aveva 87, d'accordo. Però se tutti i miti devono cadere negli stessi giorni, ti girano proprio un po' i coglioni. Lo ricordo soprattutto per i suoi classici, naturalmente, che non sto nemmeno a citare. Ma in modo affettuoso per il suo primo romanzo che ho letto io su un vecchissimo Urania, Io sono Helen Driscoll (A Stir of Echoes), dal quale David Koepp trasse anche Echi Mortali, un discreto film con Kevin Bacon del 1999 e, ça va sans dire, per il suo assoluto capolavoro letto subito dopo, quel Io Sono Leggenda (del quale riconosco solo L'Ultimo Uomo della Terra come unico e fedele adattamento cinematografico, girato in un poetico bianco e nero da Ubaldo Ragona nel 1964, con Vincent Price come protagonista).


Tutto questo a dire che se poi abbiamo finito con le la caduta dei miti, amen. Ne renderemo merito a qualcuno in qualche modo. Anche perché dopo un po' rompe proprio le palle, questa cosa che bisogna per forza morire a grappoli.

6.5.13

Del perché se le cose le dice Elmore Leonard suonano come legge e delle sue 10 buone regole per chi vuole fare narrativa come Dio comanda...


Fa ancora impressione stare ad ascoltare uno come Elmore Leonard, che a 87 anni suonati sembra più lucido e consapevole del resto dell'umanità messa insieme. Sentirgli dire che in origine faceva il pubblicitario per la Chrysler ma che lasciò perché si annoiava a morte. O che, a proposito della sua recente entrata nell'olimpo degli scrittori, ovvero il premio alla carriera recentemente assegnatogli dalla National Book Foundation (e che prima aveva premiato solo gente del calibro di Philip Roth, Arthur Miller, John Updike, Gore Vidal, Tom Wolfe e Ray Bradbury, tra gli altri), si sia sentito in dovere di specificare, con la solita ironia e senza false modestie, che quello è l'unico premio che vincono gli scrittori fatti e finiti, gente che sa quel che fa.

Fa impressione sentirgli dire che decise di essere uno scrittore quando era bambino, dopo aver letto Im Westen nichts Neues, Niente di nuovo sul fronte occidentale, il romanzo di Erich Maria Remarque che narra le vicende di un soldato tedesco durante la Prima Guerra Mondiale. Fa impressione sentir dire parecchie cose a uno che sulla soglia dei 90 anni, invece di rimbambire come la maggior parte dei suoi colleghi, migliora e snocciola ancora delle perle, come nel caso dei suoi ultimi libri dedicati a Raylan Givens, un marshall dei giorni nostri, protagonista anche della premiata serie televisiva americana Justified, interpretata dall'attore Timothy Olyphant (nella foto qui sotto) e arrivata ormai alla 3a stagione.


Che le trame dei suoi libri prendono sempre piede partendo dai personaggi, che non è mai entrato nella loro testa (come invece ha più volte fatto Philip Roth, secondo lui, nella sua produzione più recente). E che sempre a proposito dei suoi personaggi, vanno avanti solo se non lo annoiano, altrimenti li toglie di mezzo facendo in modo che qualcun altro gli spari. Se vi interessa, comunque, questi e molti altri particolari traspaiono dall'intervista che Matteo Persivale ha realizzato per il Corriere della Sera che trovate qui.

Poi, giusto per capirci, vi rinfresco la memoria, o vi metto al corrente per la prima volta nel caso non le aveste mai lette, sulle 10 vere regole da seguire, secondo Leonard, per chi scrive o vuole scrivere narrativa:

1. Mai iniziare un libro parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni climatiche, non andrai molto lontano. Il lettore è pronto a saltare le pagine per cercare le persone. Alcune eccezioni. Se ti capita di essere Barry Lopez, che conosce più modi di un eschimese per descrivere il ghiaccio e la neve nel suo Sogni Artici, puoi fare tutti i bollettini meteo che vuoi.
2. Evita i prologhi: possono irritare, soprattutto quelli che seguono una introduzione che viene dopo una prefazione. Queste sono cose che di solito si trovano nella saggistica. In un romanzo, un prologo è un antefatto, e puoi metterlo dove ti pare. C’è un prologo in Quel fantastico giovedì di Steinbeck, ma va bene perché lì c’è un personaggio che centra esattamente ciò di cui parlo in queste regole. Dice: “Mi piacciono i dialoghi in un libro, e non mi piace che nessuno mi dica com’è il tizio che parla. Voglio immaginarmelo dal modo in cui parla”.
3. Nei dialoghi non usare altri verbi tranne “disse”. La battuta appartiene al personaggio; il verbo è lo scrittore che ficca il naso. Almeno, “disse” non è invadente quanto “borbottò”, “ansimò”, “ammonì”, “mentì”. Una volta notai che Mary McCarthy aveva chiuso una battuta con “asserì” e dovetti smettere di leggere e prendere un dizionario.
4. Non usare un avverbio per modificare  il “disse”… ammonì gravemente. Usarlo in questo modo (o in qualsiasi altro modo) è un peccato mortale. Così lo scrittore si espone troppo, usando una parola che distrae e che può interrompere il ritmo dello scambio. In uno dei miei libri si raccontava di un personaggio che era solito scrivere storie d’amore d’ambientazione storica “piene di stupri e avverbi”.
5. Tieni i punti esclamativi sotto controllo. Ti è permesso di usarne non più di due o tre ogni 100.000 parole.  Se poi sei incline a giocare con i punti esclamativi come Tom Wolfe, puoi aggiungerne a manciate.
6. Non usare mai “improvvisamente” o “s’è scatenato l’inferno”. Questa regola non richiede una spiegazione. Ho notato che gli scrittori che usano “improvvisamente” tendono ad avere meno controllo nell’uso dei punti esclamativi.
7. Usa dialetti e slang con moderazione. Una volta che cominci a compitare foneticamente le parole nei dialoghi e a riempire le pagine di apostrofi, non sarai più in grado di fermarti. Nota come Annie Proulx cattura il sapore delle sonorità del Wyoming nella sua raccolta di racconti Distanza ravvicinata.
8. Evita descrizioni dettagliate dei personaggi, come faceva Steinbeck. In Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway come sono “l’Americano e la ragazza che era con lui”? “Si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo”. Nel racconto, questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica.
9. Non dare troppi dettagli descrivendo posti e cose, a meno che tu non sia Margaret Atwood e sia in grado di dipingere con le parole. Non vuoi descrizioni che portino l’azione – il flusso della storia – a un punto morto.
10. Cerca di omettere le parti che i lettori tendono a saltare. Pensa a cosa salteresti leggendo un racconto: fitti paragrafi che trovi abbiano troppe parole.
La mia regola più importante è quella che ricapitola la 10: se sembra scritto, riscrivilo.
P.S.: E tutto ciò mi fa tornare in mente che è ormai il momento, per me, di dare finalmente una letta all'absolute con i suoi racconti western e al romanzo Mister Paradise che da troppo tempo mi guardano in cagnesco dal comodino.

12.10.12

Cose scritte

Sono passati quasi dieci anni. Un mucchio di tempo. Da quando ho scritto e completato il mio primo romanzo lungo, intendo. 250 e passa pagine scritte sacrificando tutte le mie pause pranzo sul lavoro per mesi.

Un romanzo scritto senza nulla pretendere, una missione portata a termine per terapia. E all'epoca funzionò eccome. Fatto sta che, appunto, tutte quelle pagine non sono mai uscite dal cassetto (che in realtà si tratta poi di un ammasso di byte su un hard disk).
Non ho mai nutrito velleità da scrittore, ma mi rendo conto che in passato ho scritto parecchio per il solo gusto di farlo. E passando in rassegna tutti quei vecchi file mi si è aperto il cuore. Oggi le cose di allora mi fanno sorridere, però di impegno ce ne avevo messo davvero parecchio.
 

Ad esempio. Il romanzo in questione non ha mai avuto un titolo. Avevo in testa qualcosa che avesse a che fare con "1 minuto", ma nulla più.
Posso dire però che la storia era ambientata a cavallo tra gli anni '50 e '60. Che i protagonisti erano Richard e Mary, due ragazzi piccolo borghesi e le loro bizzarre (e tragiche) vicende raccontante attraverso la voce del loro unico figlio, anni dopo. E c'era di mezzo una Chevy del '53 (nella foto qui sopra), James Dean con i suoi film, un colpo di pistola nel cuore della notte, una morte improvvisa ma annunciata, l'amicizia, un cinema, una caffetteria e la vita di provincia (tutto lasciava pensare agli Stati Uniti anche se non ho mai fatto nomi).

Ecco un piccolo estratto a caso dal capitolo 22:


La prosa era quella che era, ma rileggendo alcuni passi come questo mi chiedo davvero come me la passassi, allora. Non ricordo. Forse ero triste.
Ecco un altro piccolo estratto con James Dean che prende finalmente vita nella testa della protagonista.


Seguirà tutta una scena incentrata sul sogno di Mary dove James Dean e Elia Kazan a braccetto improvviseranno un balletto sul set del Metropolis di Fritz Lang. Una cosa un po' strana, insomma.


Infine un ultimo, brevissimo passaggio che a tanti non dirà molto ma che mi riporta alla mente il momento stesso nel quale l'ho concepito. Ho ascoltato musica per tutto il tempo mentre scrivevo questo romanzo. Ho poi capito solo dopo che la musica può portarti in posti diversi da quelli che ti eri prefissato. Per scrivere e rincicciare questa manciata di parole qui sotto avevo speso una mezz'ora buona, se non di più, e con le cuffie ascoltavo Julie with... di Brian Eno, dall'album Before and After Science. Ad oggi è anche la cosa migliore che ho scritto che esprime al meglio la mia idea di inverno.


Perchè tutto questo? Non lo so. I file di testo che ho trovato in quell'angolo buio dell'hard disk sono davvero troppi. Ogni tanto ne riporterò alla luce qualche pezzo. Glielo devo. Anche solo per i momenti che ho passato con tutti quei personaggi. O forse perchè riprenderò a scrivere. Ma l'andazzo e il tenore saranno proprio diversi. Più asciutto, più pulito. Meno fronzoli. Lo farò di nuovo come terapia.

Che coglione che sono.

27.2.12

"Come scrivere" secondo David Ogilvy

Mi permetto di riportare pari pari l'editoriale del numero attualmente in edicola di Internazionale, firmato dal Direttore Giovanni De Mauro. Breve e conciso ma pieno di spunti di riflessione. E con delle semplici regolette che, a mio modesto avviso, ben si adattano anche al di fuori del campo pubblicitario. Ah, tra parentesi, la 4 e la 10 sono pura legge.


David Ogilvy è stato uno dei grandi nomi della pubblicità. Il 7 settembre 1982 spedì una nota a tutti i dipendenti della sua agenzia. Era intitolata “Come scrivere”.

Eccola, nella traduzione di Luisa Carrada:


Meglio scrivi, più farai carriera in Ogilvy & Mather. Chi pensa bene scrive bene. Chi non ha le idee chiare, scrive testi confusi, lettere confuse, discorsi confusi. Scrivere bene non è un dono di natura. Dovete imparare a scrivere bene.
 Ecco dieci suggerimenti:

1.
Leggi il libro Writing that works di Kenneth Roman
e Joel Raphaelson. Leggilo tre volte.


2.
Scrivi come parli. In modo naturale.


3.
Scrivi parole brevi, frasi brevi, paragrafi brevi.


4.
Non usare parole gergali come riconcettualizzazione,
demassificazione, attitudinalmente, pregiudizialmente.
Sono tutti segni distintivi degli asini arroganti.


5.
Non scrivere mai più di due pagine.
Qualunque sia l’argomento.


6.
Controlla le citazioni.


7.
Non inviare mai una lettera o un memo
lo stesso giorno in cui li scrivi.
Rileggili ad alta voce la mattina dopo, e correggi.


8.
Se si tratta di qualcosa di importante,
fatti aiutare da un collega.


9.
Prima di inviare la lettera o il memo, assicurati
che la tua richiesta sia più che chiara.


10.
Se vuoi AZIONE, non scrivere.
Vai e chiedi quello che vuoi.

Tratto dall'editoriale di Internazionale numero 937, 24 febbraio 2012

9.9.11

Appunti, cose e fatti vari

- Thank You, my Zombie Friends. L'illustratore Scott C., del quale ho già parlato svariate volte, ringrazia i partecipanti al suo show art exhibition Zombie in Love nella Gallery Nucleus ad Alhambra in California. E lo fa pubblicando alcuni scatti allestiti in una divertente scenografia ad hoc.


- Charles Schulz disegna Charlie Brown ed è sempre un momento di pura magia.


- Leonardo Vietri scrive per il magazine on line Fucine Mute un impareggiabile e lungo articolo sulla vita (letteraria e non) di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. La decostruzione della realtà. La semiosfera di Philip K. Dick.


- Sempre su Fucine Mute, l'interessantissima intervista di Alessandro "Chemako" Olivo ad uno degli sceneggiatori italiani più bravi degli ultimi dieci anni. I fumetti di Gianfranco Manfredi: il gothic e la storia, la guerra e le passioni.


- Doc Manhattan scrive e imbastisce Che fine hanno fatto i sette fondatori della Image Comics? E il loro sogno? Un divertente e accurato post sulla storia di quei vecchi talenti dei comics americani che oggi sembrano essere ridotti all'osso.


- Il rigore toppato nel modo più stupido che la storia del calcio ricordi a memoria d'uomo: La figuraccia del rigorista.


- Your Italy Photos. Una galleria che raccoglie le migliori foto scattate nel nostro Bel Paese secondo quelli di National Geographic.


- La divertente serie Following dell'illustratore e graphic designer tedesco Timo Meyer, che si diverte ad immagnare ipotetiche discussioni su Twitter per bocca di alcuni noti personaggi di fiction. Qui la sua intera galleria su Flickr.


- Sono ufficialmente in vendita i prodotti di abbigliamento personalizzati Star Wars e firmati Adidas. Comprese felpe e scarpe.


- La bella e "affascinante" galleria Heroes and Villains del fotografo di Los Angeles Kevin Knight, che raccoglie i suoi tributi ai migliori cosplay mai incontrati.

13.7.11

L'importanza di chiamarsi Grant Morrison


Grant Morrison è uno scrittore di fumetti. Tutti lo sanno. E tutti sanno anche che il suo ego è sproporzionato e incurabile (vedi foto stilosa sopra tipo Neo, per capire. E non che vestisse più sobriamente negli anni '80, comunque). Evidentemente non gli bastava più essere tra i protagonisti del video Sing dei My Chemical Romance e quindi, ora che è sotto i riflettori del set di un film documentario dedicato a lui, immagino si senta quasi completamente appagato. Talking with Gods parla infatti di lui e del suo mestiere e, sono sicuro, si tratta di una testimonianza importante per chiunque si interessi al mondo delle nuvolette parlanti. Tra l'altro il DVD in lingua originale, si può già comprare qui.

A parte il suo fare oltraggiosamente shanti baba (momenti combattuti con quelli meno sobri dove il suo dito medio si alza a comando per qualche semplice domanda inopportuna), bisogna ammettere che lo scrittore di Glasgow di acqua sotto i ponti ne ha fatta passare. E al di là della sua maestria nel delineare scenari multi-verso, di cose brutte brutte non mi sembra di ricordarne. Ma non ho letto tutta la sua produzione e quindi potrei sbagliarmi. Personalmente gradirei comunque che lasciasse un po' da parte i supereroi e si dedicasse a progetti personali come in passato è stato con The Mystery Play, The Invisibles, Seaguy, Kid Eternity o The Filth (quest'ultimo prossimamente in ristampa in un unico volume per i tipi, ahimè, della Planeta DeAgostini).


A chi volesse approfondire l'argomento, consiglio il tomo Grant Morrison All Star, edito da Double Shot.
Qui un estratto del libro in questione riportato da Conversazioni sul Fumetto.


Qui sotto: nel primo video, i cinque minuti iniziali di Talking with Gods.
Nel secondo, un piccolo spezzone dove Morrison parla di All Star Superman.





21.6.11

"Non vale, l'ho pensato prima io"

ATTENZIONE: In questo post appariranno delle immagini a caso a corredo degli argomenti trattati ma non in loro stretta correlazione. Volendo infatti evitare le solite immaginette con le lampadine accese e simil clip-artate che manco i poveri, ho preferito inserire ispirazioni visive e nozioni di cultura generale.

Allora. Bisogna partire un po' da lontano.

Non vale. L'ho pensato prima io.

Quante volte vi è capitato di pronunciare questa frase?
Magari non con lo stesso tono da dodicenne indispettito, ma se la forma cambia, il contenuto no.

Avete un'idea (il contenitore non importa, un racconto, una storia a fumetti, un progetto qualsiasi). Quasi vi crogiolate a pensare che magari è quella giusta o che, quanto meno, è una roba che può funzionare. Che vi ci potete mettere sopra, che da qualche parte arriverete. Poi, all'ombra delle vostre piccole sicurezze, sgranocchiando popcorn o tirando su forchettate da un etto alla volta di spaghetti alla puttanesca, vedete o sentite qualcosa che vi manda di traverso tutto. Da qualche parte, in una serie tv, in un film, in una canzone, in un volume a fumetti, in un romanzo o dal salumaio dietro casa vostra, ritrovate gli incipit di quell'idea (o l'idea tutta intera così com'è) realizzata da qualcun altro ieri, un mese fa, un anno o un trentennio prima che voi nasceste.

Che cosa è successo?

Niente. Non è successo proprio un bel niente. Sto scrivendo questo post perchè, come avrete capito, a me questa cosa è successa un'infinità di volte. Davvero troppe. E stanco di queste piccole, sospette coincidenze, ho deciso di indagare e approfondire il discorso invece di chiudermi in un angolo a fare piangina.

La serie degli "Abbracciosi" degli ovetti Kinder.
Una volta era "una sorpresa su cinque", adesso "due su quattro". Inflazione?

Ma prima qualche aneddoto che cementifichi le argomentazioni:

Anno 2002 o 2003. Periodo nel quale, lo sottolineao, scrivevo sempre, appena potevo. Qualsiasi cosa: racconti brevi, un romanzo (da 250 e passa pagine), sceneggiature a fumetti. Tra i vari file di testo nel mio hard disk, tra annotazioni, idee da sviluppare, incipit per altre storie e soggetti per una serie regolare (per chi, poi?), ce n'era uno fresco fresco di scrittura. Si trattava sempre di una sceneggiatura a fumetti. Avevo deciso che mi sembrava figa una storia nella quale un aereo precipita al largo di un'isola abbandonata non segnata sulle carte geografiche. Sarebbero sopravvissuti solo in tredici.

Una vista mozzafiato sulle coste di Kangaroo Island, in Australia.

Vi do qualche specifica tecnica giusto perchè ho ancora quel file. La storia avrebbe dovuto intitolarsi Fiammiferi. Si, Fiammiferi. L'aereo in questione sarebbe partito da Lisbona per fare poi scalo a Porto Santo (o Madeira), per arrivare infine nelle Azzorre. Tra i tredici sopravvisuti ci sarebbero stati uno scrittore Norvegese, due americani, una coppia di attori di teatro italiani, un'infermiera jugoslava (sentimentalmente legata ad una sua connazionale), un biologo marino di origini tedesche e una coppia di studenti canadesi, ecc. ecc. Seguiva poi descrizione accurata di ogni personaggio e una serie di situazioni come:
- Il "ritorno" di alcuni personaggi dati per scomparsi nell'incidente aereo
- Un misterioso caccia militare trovato in mezzo all'isola, con il cadavere di un pilota
- Misteriose melodie dall'interno dell'isola (si trattatava di opere di Ibsen suonate al pianoforte)
- Un uomo con la testa di Alce che spia i sopravvissuti e altre strane presenze di origini soprannaturale (o forse anche no, ero ancora indeciso su questa cosa)
- Una rappresentazione teatrale che narrava la storia dietro la quale si celava l'invenzione del fiammifero (da qui il titolo della mia storia)
- L'isola stessa che cominciava a girare su sé stessa cambiando forma e dimensione (ma per questa cosa mi ero un po' ispirato all'isola di Myst).

Tutto ciò vi ricorda per caso qualcosa, in qualche modo?

Ora. Detto questo.

Immaginatevi il mio stupore quando, qualche tempo dopo sentii parlare di una serie in produzione in America, intitolata Lost, che aveva per protagonisti dei sopravvissuti ad un incidente aereo che avrebbero passato il loro tempo su una "misteriosa" isola. Purtroppo per il mio ego, le analogie erano molte di più di quanto sperassi. Che noia.

Il videogame più venduto durante il 2009 è stato Wii Fit, con più di 3 milioni di copie vendute in appena sei mesi. E 18 milioni di persone che si chiedono il perchè, nei successivi due mesi.

Vi salto tutta la sfinente lista di casi analoghi di fronte ai quali mi sono dovuto fermare a riflettere sulla cosa (soprattutto tra i fumetti letti). Basta sapere che l'ultima mi è capitata la settimana scorsa. Parecchio tempo fa avevo scritto una storia con protagonista una moneta da 10 centesimi. La storia avrebbe seguito le peripezie della moneta, vera ed unica protagonista, che ci avrebbe accompagnato attraverso le storie di molti altri personaggi verso il finale. La moneta sarebbe saltata di tasta in tasca, da loschi individui poco raccomandabili a ragazzini in cerca di emozioni.

E sabato scorso mi capita di vedere questo film del 1993 del quale non sapevo nemmeno l'esistenza. Il film è firmato alla regia da Keva Rosenfeld (che non mi risulta abbia fatto molto altro) e conta una serie di comparse più o meno importanti per l'epoca: Diane Baker, Steve Buscemi e Christopher Lloyd (grandi interpreti del film), Linda Hunt, Brendan Fraser (si si, quello delle varie "mummie"), Elisabeth Shue e via discorrendo. Una visione divertente che consiglio serenamente.

La "giocherellona" conduttrice della terrificante e a dir poco pleonastica
trasmissione "Paint Your Life" in onda su Real Time. Visione consigliata
a chi sa fare le cose come si deve, ma che vuole tornare a farle come
le fanno le scimmie urlatrici.


Comunque. Qual è il titolo del film? Un pezzo da 20 (Twenty Bucks in originale). Chi era il protagonista in mezzo a tanti attori? Esatto. Una carta moneta da 20 dollari. Sarebbe finita nelle tasche di gente bizzarra, loschi figuri e ragazzetti in cerca di emozioni?

Si.

Ma questo film è nato ben prima di quando hai pensato a quella storiella, buffone copione, direte voi.

Quindi? Tiriamo le somme?

O (uno) io sono un genio incompreso (me tapino!) e contemporaneamente un veggente che vede le gente scema e sa cosa accadrà da qui ai prossimi dieci anni e sa le cose accadute nel passato anche senza conoscerle, oppure (due) semplicemente altro. E come diceva Elio, propenderei per la seconda ipotesi.

'A Pizz. L'etimologia del nome "pizza" deriverebbe secondo alcuni da pinsa, participio passato del verbo latino pinsere, cioè pestare, schiacciare, pigiare o dalla pita mediterranea e balcanica, di origine greca.

Ma, attenzione, adesso facciamo i seri e parliamo di Attenzione Selettiva, argomento che mi porto dietro da anni e al quale mi interesso con estenuante passione. Wikipedia dice:

Lo studio dell'attenzione selettiva è stato avviato da A. C. Cherry, il quale cercò di capire perché, fra stimoli molteplici provenienti dal mondo esterno, il soggetto ne selezioni alcuni (attended messages) lasciandone decadere altri (unattended messages). La dimostrazione di ciò è data da un fenomeno noto come cocktail party in cui si riesce a prestare attenzione ad una sola conversazione nonostante ve ne siano parecchie in corso che potrebbero interferire (in pratica vengono esclusi gli stimoli disturbanti): nonostante le emissioni sonore provenienti da tutti gli astanti siano colte dai nostri recettori acustici, noi siamo in grado di selezionare e analizzare solo quelle provenienti dalla persona con la quale stiamo conversando.E fin qui...

Ma non siamo ancora al punto. Mi ricordavo di aver letto qualcosa a proposito di un filtro di Broadbent, e in effetti wikipedia lo cita così:

Un esempio di modello che propone una selezione precoce dell’informazione da elaborare è la Teoria del filtro di Broadbent, secondo cui esisterebbe una fase iniziale di elaborazione dell’informazione durante la quale tutti gli stimoli vengono analizzati simultaneamente sulla base delle loro caratteristiche fisiche elementari e immagazzinati per un breve periodo.

Bingo! Vengono analizzati e poi immagazzinati per un breve periodo.

Quindi se non sono un fesso stupido, mi sembra di capire che una certa situazione alla quale spesso mi ritrovo a pensare, sia la probabile e giusta spiegazione al mio (e vostro) dilemma.


I Monty Python [1969 - 1983] in una bella foto d'epoca. In ordine sparso: Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin.

Si, c'è questa cosa che qualcuno vi snocciolerà fuori ogni tanto delle storie che sono tutte nello stesso calderone e che viaggiano per la terra in una sorta di ricorso alla vita buddista o che tutti gli esseri umani sulla terra condividono pensieri e riflessioni di notte, quando dormono, o qualche altra cazzatella un po' new age, un po' shanty baba.

Quello a cui credo io è: attenzione selettiva e filtro di Broadbent.

Mettiamo caso che un giorno ci capiti di leggere sul giornale che è in produzione una nuova serie di Frank Puzzola. Che della serie non si sa nulla, che è supersegreta. Che si sa solo che uno dei protagonisti è una capretta mutante con occhialini e pennacchio.

Ecco. Caso vuole che tu legga distrattamente la cosa, perchè di serie con protagonista una capretta mutante con occhialini e pennacchio, non te ne può fregar di meno. Però in fondo in fondo, in modo latente, questa strana figura ti si ficca nel cervelletto e rimane lì, pronta ad uscire quando magari meno te lo aspetti. Poi un giorno esce davvero e ti inventi che sarebbe carina una storia con protagonista una pecorella smarrita con baffi finti e pastrano (elaborazione dell'informazione e rimodellazione secondo i tuoi canoni di gusto).

E' così o no?


Se poi preferite credere alla cosa che di notte siamo tutti collegati, vi chiederei solo di non presentavi dalle mie parti dopo l'una di notte, grazie.

21.4.11

Kurt Vonnegut was here!


Il 10 aprile di quattro anni fa, ci lasciò uno degli scrittori più interessanti del secolo scorso. Sto parlando di Kurt Vonnegut, lo scrittore statunitense nato ad Indianapolis, autore di alcuni dei romanzi più belli che io abbia mai letto: Piano Meccanico, Mattatoio n. 5, Il Grande Tiratore, La Colazione dei Campioni, eccetera eccetera. Volevo ricordarlo perchè è d'obbligo ricordare un uomo che tra le sue personali 15 cose che ha detto meglio di tutti gli altri ci aveva messo anche:

There's only one rule that I know of, babies
- God damn it, you've got to be kind.
Ovvero, più o meno:
C'è una sola regola che conosco, maledizione,
devi essere gentile.
E lui non era nemmeno uno che andava troppo per il sottile. Mi piace ricordare di Vonnegut uno dei pezzi che aprivano il bellissimo La Colazione dei Campioni:
A cinquant'anni sono programmato a comportarmi
in modo infantile: vilipendere il "vessillo a stelle e strisce", scarabocchiare una bandiera nazista, un buco nel culo e tant'altre cose. Per dare un'idea di maturità
delle illustrazioni da me eseguite per questo libro,
ecco il mio disegno d'un buco di culo:

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...