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30.4.15

Dagli scarabocchi alle favole, per amore dei figli


Quelli che vedi qui sopra e qui sotto, sono le prime avvisaglie grafiche di mio figlio Teo risalenti a qualche tempo fa. Le prime realizzate con un baluginio di coscienza, intendo. Li ha fatti sulla sua lavagnetta, con un gessetto bianco e tanta simpatia.

Sarò di parte io (sai come funziona, no? I figli so' piezz 'e core), ma in questi disegnini ci ho visto molto più di quanto in effetti dovrebbe esserci: personaggi di profilo e di tre quarti, un genuino abbozzo di anatomia dettata dalla sola memoria visiva e un segno graffiato e stilizzato assolutamente funzionale nell'economia dei vari figurini. Insomma, oh, sono rimasto a fissarli per ore cercando di capire dove si ponesse davvero quel genuino senso compositivo che ne veniva fuori.





Allora cos'ho fatto? Li ho fotografati e li ho riportati in bianco e nero secco con photoshop. Poi con illustrator li ho ridisegnati sommariamente, muovendone braccia, gambe e aggiungendo una certa gamma di espressioni. A quel punto era già chiaro cosa avessi davvero in testa.
Alla fine è venuto fuori un 28 pagine, compresa copertina, che ho stampato e rilegato a mano con due punti metallici (poi mi parlano di self publishing nei fumetti. Tzé!). Dentro c'è una storia pensata per Teo, ma soprattutto realizzata tenendo conto di come l'avrebbe pensata lui (e da qui il titolo "Teo e il Mistero della Maggica Spatà").

Il punto più interessante di tutta la faccenda è che l'esperimento sembra pienamente riuscito. La prima volta che ha visto i disegni, Teo è rimasto a bocca aperta cercando di capire come fosse possibile che i suoi personaggi avessero preso vita. E la storia gli è piaciuta talmente tanto che se la fa leggere tutte le sere (ormai la recita a memoria, parola per parola). Se posso dirti, insomma, alla fine mi ci sono divertito anch'io, nonostante non abbia potuto infarcire il tutto con sangue, morti e polvere da sparo. E la cosa si è rivelata anche parecchio "istruttiva", facendomi riflettere su tutta una serie di nuove strade alternative (e per me inedite) che potrei percorrere.

Qui sotto ti piazzo la copertina e il disegnino che appare in quarta (sui quali mi sono sbizzarrito un po' di più, grazie al colore) e qualche pagina interna in bianco e nero, senza parole.








24.1.14

Se stai scrivendo una storia (o più di una)...


Se stai scrivendo una storia (o più di una) che per forza di cose DEVI sapere come comincia, DEVI sapere come finisce e DEVI sapere pure cosa piazzarci in mezzo punto per punto (e quindi non puoi farti rapire dallo stream of consciousness come fa, che so, Stephen King) e nonostante tutto questo hai cominciato a lavorare direttamente su un foglio bianco di word, le possibilità sono 3:

1. Sei uno scrittore scafato con il peso dell'esperienza e quindi hai già scritto tante storie. Nel qual caso hai tutta la mia invidia e, allo stesso tempo, tutta la mia ammirazione.

2. Hai già scritto storie ma non ti sei mai reso conto di aver sbagliato tutto fino a questo momento (o sei un inguaribile masochista).

3. Non hai esperienza e di conseguenza non ti sei ancora reso conto che stai sbagliando tutto. E in parte sei giustificato, ma solo se alla fine te ne accorgi.

La scrittura esige materia: risme di fogli bianchi, buste A4 trasparenti, penna bic nera o blu, evidenziatore, post-it colorati, forbici, nastro adesivo, cutter. E le mani. Ah, e poi l'elemento più importante di tutti: la testa.

E attento al tempo. Sa essere cattivo, quando vuole: se hai progettato di dedicare a quelle storie due o tre mesi e alla fine quei mesi diventano quattordici (perché di mezzo ci è passato un pessimo, pessimo 2013), ti fai tante domande a cui non puoi dare risposta. Ti tocca di nuovo aspettare.







26.10.12

Storie d'Avventura


Sono spesso andato in giro, tra amici e conoscenti, a cianciare sul come e il perché non esista più il romanzo d'avventura o sul come, nel caso ancora esista, sia stato svilito di tutte le sue attrattive primordiali.
Mi sono imbattuto spesso in persone che, al riguardo, pensano che oggi non ci sia più bisogno di questo tipo di letteratura. "Grazie a Dio", sottolineva addirittura qualcuno. In generale, a quelle persone, auguro di rimanere incastrate con le dita nei cardini del loro ineluttabile bagaglio culturale. A tutti gli altri con i quali ancora si può intavolare una discussione seria in tal senso, dico che la lettura del libro La Super Raccolta di Storie d'Avventura ha scatenato in me di nuovo una riflessione profonda sull'argomento.

Per ora mi preme riportare il testo che compare sulla quarta di questo volume, originariamente scritto negli anni '40 da José Luis Borges come prologo al romanzo L'Invenzione di Morel dell'amico Adolfo Bioy Casares.
Magari se a dirlo è Borges, e badate bene che lo ha detto negli anni '40 e non di recente, qualche testa in più ci crederà. Vi racconterò poi del libro, ma questo piccolo prologo era davvero necessario.

Verso il 1880 Stevenson osservò che i lettori britannici disprezzavano un po' le storie avventurose e sostenevano che fosse segno di grande abilità lo scrivere un romanzo privo di trama o con una trama infinitesima, atrofizzata. José Ortega y GassetLa deshumanizaciòn del arte, 1925 – cerca la ragione del disprezzo notato da Stevenson e a pagina 96 dichiara che: “è molto difficile che oggi si possa inventare un'avventura capace di interessare la nostra sensibilità superiore”, e a pagina 97, che questa invenzione “è praticamente impossibile”.
In altre pagine, in quasi tutte le altre pagine, difende il romanzo “psicologico” e sostiene che il piacere che si può ricavare dalle avventure è inesistente o puerile. Questa è, senza dubbio, l'opinione comune del 1882, del 1935 e anche del 1940. Alcuni scrittori (tra i quali mi piace annoverare Adolfo Bioy Casares) sostengono sia ragionevole dissentire. Riassumerò qui i motivi di questo dissenso.
Il primo (il cui aspetto paradossale non intendo né sottolineare né attenuare) è il rigore intrinseco del romanzo d'avventura. Il tipico romanzo “psicologico” tende a essere informe. I russi e i discepoli dei russi hanno dimostrato fino alla noia che niente è impossibile: suicidi per troppa felicità, assassini come forma di benevolenza, persone che si adorano fino al punto di separarsi per sempre, delatori per fervore o per umiltà... Alla fine questa libertà totale equivale al disordine totale. D'altro canto il romanzo “psicologico” intenderebbe essere anche romanzo “realista”: preferisce che ci dimentichiamo del suo carattere di artificio e fa di ogni inutile precisione (o di ogni languida oscurità) un ulteriore tocco di verosimiglianza.
Ci sono pagine, ci sono capitoli di Marcel Proust che sono inaccettabili come invenzioni: senza saperlo ci rassegniamo a essi come ci rassegniamo davanti all'insipidità e al vuoto della quotidianità. Il romanzo di avventure, invece, non si propone come una trascrizione della realtà: è un oggetto artificiale, nessuna parte del quale è priva di giustificazioni. Il rischio di incorrere nella merà varietà sequenziale dell'Asino d'oro, dei viaggi di Simbad o del Don Chisciotte gli impone una trama rigorosa.
Ho presentato un motivo di ordine intellettuale: ve ne sono altri di carattere empirico. Tutti dicono sottovoce e con tristezza che il nostro secolo non è capace di tessere delle trame interessanti: nessuno si arrischia a dimostrare che se questo secolo vanta una supremazia sui secoli anteriori, si tratta della supremazia delle trame.
Stevenson è più appassionato, più vario, più lucido, forse più degno della nostra incondizionata amicizia rispetto a Chesterton, ma i suoi intrecci sono inferiori. De Quincey si tuffò nel cuore del labirinto nelle sue notti di meticoloso terrore, però non seppe trasformare la sua impressione di “unutterable and self-repeating infinities” in favole paragonabili a quelle di Kafka. Osserva giustamente Ortega y Gasset che la “psicologia” di Balzac non ci soddisfa: lo stesso vale per le sue trame. A Shakespeare e a Cervantes piace l'idea antinomica di una fanciulla che, senza perdere nulla della sua bellezza, possa spacciarsi per un uomo; questa idea con noi non funziona. Mi ritengo libero da ogni forma di superstizione per la modernità, da ogni illusione che ieri sia inutilmente differente da oggi o sarà differente da domani; però sono del parere che nessun'altra epoca dispone di romanzi con trame tanto ammirevoli quanto quelle de Il giro di vite, de Il processo, de Il viaggiatore sulla terra, o quanto questa che ha creato a Buenos Aires Adolfo Bioy Casares.
Le storie poliziesche – altro genere tipico di questo secolo che non sarebbe in grado di inventare trame – narrano di fatti misteriosi che in seguito vengono giustificati e spiegati da un evento ragionevole. In queste pagine Adolfo Bioy Casares risolve felicemente un problema forse ancor più difficile. Dispiega tutta un'odissea di prodigi che paiono non ammettere altra chiave che la allucinazione o il simbolo, e li decifra appieno grazie a un solo postulato fantastico ma non soprannaturale. Il timore di incorrere in rivelazioni premature o parziali mi impedisce di prendere in esame la trama e la delicatissima sapienza della esecuzione. Mi sia concesso solo dichiarare che Bioy rinnova letterariamente un concetto che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui studiò e che Dante Gabriele Rossetti espresse con una musicalità memorabile:
I have been here before
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell,
The sighing sound, the lights around the shore.
In spagnolo sono poco frequenti o addirittura rarissime le opere di immaginazione ragionata. I classici utilizzarono l'allegoria, le esagerazioni della satira e, occasionalmente, la pura incoerenza verbale. Le sole opere recenti di questo genere che ricordi sono un racconto di Las fuerzas extranas e un racconto di Santiago Dabove, ingiustamente dimenticati. L'Invenzione di Morel (il cui titolo allude ad un altro inventore di isole, a Moreau) porta nelle nostre lande e nel nostro idioma un genere nuovo.
Ho discusso con l'autore i dettagli della trama, l'ho riletta; non mi pare un'imprecisione o un'iperbole qualificarla come perfetta.

Jorge Luis Borges

30.8.11

Le Avventure più belle non ci lasciano mai


Complimenti vivissimi a chi ha messo in cantiere questa bellissima iniziativa curata in ogni dettaglio. I Classici dell'Avventura allegati al Corriere della Sera, me li sono ritrovati in edicola all'improvviso che si era già arrivati alla quarta uscita.

Inutile dire che ho ordinato i primi tre e che ho prenotato le uscite successive. In tutto dovrebbero essere 30 volumi, al prezzo di 6 euro e 90 l'uno e tra i grandi nomi che compongono il piano di quest'opera, spiccano sicuramente quelli di Jules Verne, Emilio Salgari, Mark Twain, Arthur Conan Doyle, Robert Louis Stevenson, Jack London e Rudyard Kipling, autori di classici intramontabili che ho deciso di riprendere e rileggere dall'anno scorso (avevo parlato dell'esperienza di lettura de L'Isola del Tesoro di Stevenson qui).

Questo soprattutto perchè, in un momento così povero di belle Storie, dove l'Avventura sembra sempre più dirigersi verso una lenta e dolorosa agonia, recuperare questi classici sembra l'unico modo per tornare ai grandi, incredibili temi che da ragazzi ci hanno aiutato ad arrivare in altri posti senza varcare davvero la soglia di casa.


C'è ancora da dire, visto che nessuno sembra averlo sottolineato, che l'opera si avvale anche di una straordinaria confezione, messa a punto da Mucca Design, una branding agency di New York, e delle bellissime illustrazioni di Jeffrey Fisher realizzate, credo, per il mercato estero e poi adattate alla collana in italiano.

Sotto il profilo grafico, insomma, finalmente qualcosa di decente da vedere nelle nostre edicole.

14.4.11

SuperNerd Reprise

Non so perchè, ma ripropongo questa storiella che avevo postato all'epoca del mio quarto o quinto post. Mi si è riproposta per via di alcune cose alle quali sto pensando in questo periodo. Queste due tavolette sono nate non per sperimentazioni grafiche, come spesso accade per le cose che faccio ma, al contrario, perchè avevo una storiella da raccontare e avevo cercato il modo più semplice e adatto per farlo. Sarà anche perchè sto leggendo lo stupendo Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari, libro del quale spero di parlare presto.

La storiella in questione parla, ovviamente, dell'essere nerd in modo assoluto, duro e puro. E oggi come oggi non cambierei una virgola se non, probabilmente, il font che ho utilizzato allora.


12.1.11

Where the Wild Things Are


Ho visto Nel Paese delle Creature Selvagge e mi è piaciuto. Molto. Pensavo si trattasse di una favola tra l'onirico e il sognante. E un po' lo è, ma questo film parla anche di conflitti, di paura, di disagio e di rabbia repressa. Ci ho trovato più cose di quanto pensassi, in effetti. Almeno nel concetto.

Le "creature selvagge" mi hanno ricordato, almeno nelle movenze, quelli di Banana Split (ve li ricordate?) ma è da encomiare la scelta del regista di non usare il 3D. Per chi non conoscesse Spike Jonze, dico solo che questo è il suo terzo film dopo Essere John Malkovich (e scusate se è poco) e Il Ladro di Orchidee. Che ha passato la vita a girare come regista i video di interpreti musicali quali The Beastie Boys, Sonic Youth, Notorious B.I.G., Daft Punk, R.E.M., The Chemical Brothers, Puff Daddy, Fatboy Slim, Bjork, LCD Soundsystem, Arcade Fire. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.



Se non il fatto che questo film, Spike Jonze, se l'è scritto e diretto. In realtà arriva da una novella per l'infanzia del 1963 ad opera dello scrittore e illustratore Maurice Sendak. Novella composta da dieci pagine illustrate, una riga di testo per ogni pagina e nulla più. Da qui, l'adattamento per il film è passato appunto per le mani di Jonze e per quelle del grande Dave Eggers, scrittore, saggista e fondatore della bellissima rivista americana McSweeney's.





E' cominciato piano, questo film. Quasi a non volermi far capire dove si andasse a parare. Ma poi tutto è stato chiaro e lampante. Si parlava anche di me e credo che in molti possano riconoscere dei sapori che sentivano da bambini. Insomma, questo film è molto più adulto di quanto mi si volesse dare ad intendere in un primo momento. Spike Jonze mi ha preso in giro, mi ha messo davanti agli occhi dei mostri che saltano, spaccano e si lamentano. Ma quelli non sono mostri. Sono persone. Sono io. Assolutamente da vedere.

Qui sotto l'intervista sottotitolata in italiano a Catherine Keener e Max Records, rispettivamente mamma e figlio nella pellicola.

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