31.8.17

Parte l'IVA e chi l'ha partita sono io

Di riffa e di raffa, mi rendo conto che sono quasi tre mesi che non metto mano al blog. E visto che non sono morto, non mi sono preso delle lunghissime vacanze e non ho vinto una cospicua somma di denaro che mi consentisse di cambiare stile di vita, il motivo vero e proprio è da ritenersi uno soltanto (molto classico, tra l'altro): mancanza di tempo.

Dopo un lungo periodo di "stasi" è dallo scorso maggio, infatti, che l'Agenzia delle Entrate mi ha stampigliato una serie di numerini sulla schiena e mi ha ributtato per strada con un calcio nel sedere, così come la tradizione cinematografica western tratta gli ubriaconi molesti e senza soldi nei saloon.
Ho un numerino tutto mio che comincia con degli "1" e dei "6" e che mette al corrente il mondo (e me, prima di tutto) del fatto che ora sono, a tutti gli effetti, un libero professionista. Una piccola azienda. 


E ho aspettato fin troppo. In un mondo giusto (un mondo dove mi sarebbe piaciuto essere più scaltro e intraprendente), questo passo avrei dovuto farlo almeno una decina di anni fa. Ma mi rendo conto che ci sono state delle cose, di mezzo, che hanno minato la mia lucidità.

Nuovo amichetto di cui non si poteva proprio fare a meno.

Sia ben chiaro. Non parto da dieci. Nemmeno da zero, per carità. Diciamo che parto da quattro, ecco. Per me, come per quasi chiunque, è un autentico salto nel buio. Rischioso e macchinoso. Un po' spaventoso. Alle prese con un aspetto, quello di trattare direttamente con scartoffie e persone, del quale non mi ero quasi mai dovuto preoccupare e che in parte, nelle mie precedenti esperienze lavorative, mi era stato precluso solo Dio sa perché.

La pubblicità e la grafica continueranno a tenere banco e a darmi da mangiare ancora per parecchio, immagino (se tutto va bene). Ma ho anche un nuovo obiettivo: quello di cominciare finalmente a fare quello che più mi piace. Sai quella domanda, un po' così, che ti viene fatta sin da bambino?

"COSA VUOI FARE DA GRANDE?"

Dopo l'astronauta, il pilota di formula uno e il disegnatore di fumetti, sono entrato nella fase adulta e problematica e ho cominciato a lavorare da subito (avevo vent'anni) non trovando più il tempo di rispondere davvero a quella domanda. La grafica e l'illustrazione sono sempre state una grandissima passione, ma mi sarebbe sempre piaciuto spingermi oltre e provare soddisfazione in quello che facevo.

Adesso ho capito che a quella domanda non posso rispondere in modo inequivocabile. Perché mi piacerebbe fare tante cose, tutte diverse. Stili, generi, colori, composizioni. Creatività per la pubblicità, progettazione grafica per l'editoria, illustrazione vettoriale, disegni per bambini e ragazzi, character design. Saltare da uno all'altro quando ne ho più voglia.
Non sono mai stato monotematico. Fino a ieri la consideravo la mia croce, perché questa cosa non mi permetteva di prendere una strada ben precisa. Oggi ho deciso che forse è la mia ancora per la salvezza. Perché rimanere seduto su una sola sedia, mi annoierebbe a morte.


In generale, insomma, per ora non vedo bianco, davanti, ma nemmeno nero. Vedo grigio? Diciamo che vedo grigio.

Ma sai una cosa? Va bene così, per ora.
La macchina è in rodaggio e si sono già fatte sentire delle spaventose fasi alterne com'è normale che sia: ho passato giorni a passeggiare per i viali con mio figlio o a contattare aziende ed agenzie e altri segregato invece in casa dalla mattina alla sera, domeniche comprese. E la cosa mi spaventa su entrambi i fronti. Ma nonostante la situazione economica non sia ancora per nulla stabile, devo ammettere che gestire i propri tempi e muoversi per casa propria senza avere cartellini da timbrare al mattino, è una libertà che non ha prezzo. MAI.

Spero di avere presto il tempo di farmi risentire qui, ogni tanto.
Ho nostalgia di certi giorni d'autunno.

Un abbraccio.
Stammi bene.

13.6.17

I Segreti di Twin Peaks (quello vecchio), tra ricordi e terze impressioni


Quando Twin Peaks fu trasmesso per la prima volta in Italia, nel 1990, io ero in prima superiore e seguii gli avvenimenti della serie solo attraverso il discettare sommesso delle mie compagne di classe. Il continuo riferimento a intrecci amorosi e l'attaccamento morboso alla storia di un cadavere (ricordo il libro "I Segreti di Laura Palmer" abbinato ad un numero di TV Sorrisi e Canzoni), rendevano tutta la storia, ai miei occhi, banale e poco interessante. Un ibrido tra una telenovelas argentina qualsiasi, di quelle che seguiva mia nonna, e le civettuole gesta di una masnada di paesani cortesi e falsi, come nella vita di tutti i giorni.
Nulla di più, nulla di meno.

Quando però le cose cominciarono a farsi serie, verso la fine, notai un malumore generale, in classe. La storia stava prendendo un'altra piega, del tutto inaspettata. E il malcontento serpeggiava soprattutto per via di una serie di oniriche scene che in tanti non riuscivano ad interpretare.
Fu allora che il palato cominciò a solleticare e che decisi di dare un'occhiata. Ricordo di aver visto le ultime tre o quattro puntate della seconda e ultima stagione e di esserne rimasto completamente folgorato. L'ultima, in particolare, con quelle scene girate tra le diafane tende rosse di un'altra dimensione il cui accesso era celato negli anfratti bui di un bosco, mi fecero pentire di non aver sbirciato prima.


Capii poco, è vero, ma quel poco bastò a convincermi, un anno dopo, a mettere mano alle VHS di un amico che, santo subito, aveva pazientemente registrato tutti gli episodi.
Quando rividi tutta la serie nella sua interezza, ricordo che furono confermarte le impressioni avute la prima volta. Del tormentone che mezzo mondo seguì sullo schermo di una tv, quello che rispondeva alla fatidica domanda "Chi ha ucciso Laura Palmer?", a me fregava poco o nulla. Di quella parte apprezzai solo le comparsate del Gigante, le spaventose incursioni di Bob o l'inquieta interpretazione finale di Ray Wise nei panni del padre di Laura. Ma la parte più interessante era in realtà la storia di Cooper e dello sceriffo Truman alla ricerca della Loggia Nera.


Oggi, più di 25 anni dopo, mi sono riguardato tutte e due le stagioni per fare chiarezza su avvenimenti ormai dimenticati, in attesa di mettere gli occhi su quella nuova. Le nuove impressioni? Completamente stravolte. Al contrario di qualche recensore e di qualche giornalista, infatti, ho notato che queste prime due stagioni si portano sul groppone tutto il peso degli anni che sono passati nel frattempo.

Un fardello molto, molto, molto pesante. Prima di tutto perché quei tempi narrativi e alcune delle soluzioni adottate, oggi risultano antiquate e desuete. E poi perché QUEL David Lynch appare oggi quanto meno irriconoscibile. Per chi, come me, non si è lasciato sfuggire un solo passaggio della carriera del regista americano (fu proprio allora che nacque una sorta di ossequioso e immutabile amore nei confronti di Lynch), avrà avuto il piacere di notare un percorso stilistico sempre più in salita e una regia che si è fatta via via sempre più fine e meticolosa, fino a raggiungere, in particolare proprio con le ultime due pellicole (Mulholland Drive e Inland Empire), le altissime vette di un cinema espressionista e curatissimo.
Quello che mi è parso fuori contesto sono prima di tutto le scenette di intermezzo "divertenti", permeate da un'ironia grossolana e ciaciarona che nel cinema di Lynch non sarebbero mai più tornate: alcuni dei funny moment di Andy, l'aiutante dello sceriffo, oggi sono inguardabili (tipo questo), così come l'assurda scenetta fraterna tra Albert e Truman o gli assurdi momenti di David Duchovny vestito da donna.


Ma le parti che pesano di più, riguardano prima di tutto alcuni dialoghi del tutto inutili alla trama, situazioni lasciate in sospeso contro ogni logica o le sottotrame trattate come una serie parallela (quella di James Hurley che fa il meccanico per la truffatrice l'avevo proprio rimossa). Insomma, alla fine della vicenda, rimangono più domande che risposte. E il fatto che Lynch e Mark Frost fossero ormai ai ferri corti con i produttori e si stessero completamente disinteressando agli avvenimenti secondari (in risposta al network che li costrinse ad anticipare quelli principali), non giustifica di certo la questione.

Questo ovviamente non cambia, nemmeno per un momento, quello che Twin Peaks ha rappresentato per il mondo televisivo e per me.
Quel che rimane, in generale, è una serie che nonostate i suoi alti e bassi è riuscita a riscrivere i tempi narrativi della tv, traghettando lo spettatore in un nuovo secolo televisivo. Twin Peaks è stata la prima serie tv della storia dello spettacolo. Prima c'erano solo i "telefilm".
Quel che rimane è anche una serie di personaggi memorabili, a partire proprio dall'indimenticabile protagonista, Dale Cooper, interpretato in tutta naturalezza dall'attore Kyle McLachlan.


Quel che rimane è un'oscurissima atmosfera generale con la quale chiunque scrive per la tv, da allora ad oggi, deve confrontarsi. Un'atmosfera che ha ispirato a oltranza tantissimi altri prodotti, arricchita da una mirabile visione onirica che sembra avere una logica solo tra le mani del regista originario del Montana.
Quel che rimane, con il senno di poi, è la "fortuna" di non aver visto allora tante trame chiudersi, in modo di godere oggi del fatto che con la nuova stagione ci si possa finalmente mettere una pezza. Si spera, almeno.

E anche se in giro non ci fossero già state tante conferme in positivo, sarei stato pronto a scommettere tanti soldi che questa nuova serie si sarebbe rivelata come qualcosa di completamente diverso, visto anche cos'è Lynch oggi rispetto a venticinque anni fa.

30.5.17

40 anni di Thorgal in 50 albi e 12 mesi


E' arrivata a conclusione la collana che la Gazzetta, in collaborazione con Panini Comics, ha dedicato a Thorgal, opera tra le più note dello scrittore Jean Van Hamme, impreziosita, e non poco, dalla quarantennale devozione grafica del disegnatore polacco Grzegorz Rosinski.

E' stata una lunga e affascinante lettura che mi ha tenuto compagnia per un anno intero ed è stato anche l'unico appuntamento che ho portato avanti nella lettura, settimana dopo settimana, senza mettere pause tra un albo e l'altro. E mi dice più questo, rispetto alla serie, che non le tante parole che potrei spendere per descrivere la lunga saga della famiglia Aegirson.

Considerato come uno dei più grandi classici della bande dessinée, Thorgal fa il suo esordio nel lontano 1977, grazie anche alle edizioni Le Lombard, e per i lettori fu subito chiaro che quella che avevano sotto gli occhi non era una serie come le altre e che, cosa ancor più gradita, riusciva a sfuggire facilmente ad ogni tentativo di apporre un'etichetta o un genere.
In Thorgal, infatti, ci puoi trovare storia, tragedia, heroic fantasy, mitologia, fantascienza, avventura, romance, guerra e parecchie altre cose.
La storia principale è quella della famiglia Aegirson, appunto, composta dallo stesso Thorgal, dalla moglie Aaricia e dai figli Jolan e Lupa, destinati come il padre ad avventure più grandi di loro, al cospetto di demoni, dei nordici, mondi fantastici e dimensioni alternative.


Le cose più interessanti della serie sono le trame (e trattandosi di Van Hamme, su questo non avevo molti dubbi) e la capacità del suo autore di amalgamare generi e stili diversi tra loro, dove il lettore non ha mai l'impressione di leggere un pastiche, ma anzi si trova di fronte ad un nuovo, atipico affresco narrativo, originale in quanto a tematiche e trattamento. Tanto da sfiorare il capolavoro, come nel caso del ciclo del Paese di Qa e di Black Zarith o di alcune storie singole che giocano sui paradossi temporali.

Per non parlare di un Rosinski mai sotto tono e della sua continua ricerca, che dura ancora oggi, verso uno stile definitivo. Lungo i 35 albi, il disegnatore polacco è partito da uno stile acerbo e più "americano", per passare a tavole descrittive impreziosite da un affascinante tratteggio dal sapore squisitamente europeo (stile che personalmente ho preferito tra tutti), per finire poi, nell'arco degli ultimi dieci anni, ad uno stile realistico pittorico dietro il quale si cela un lavoro impressionante (Rosinski ha disegnato diversi albi dipingendo ogni vignetta in grande dimensione, trattando ognuna di esse come un quadro indipendente).


Le serie spin-off, infine, Kriss di Valnor, La Giovinezza di Thorgal e Lupa, vivono di vita propria ma rappresentano allo stesso tempo un compendio perfetto alla serie principale (ottima l'idea della Gazzetta di proporle in ordine cronologico). In particolare Kriss di Valnor, personaggio tra i più affascinanti e "carismatici" del fumetto francese, ha goduto degli ottimi testi di Yves Sente e dei meravigliosi disegni di Giulio De Vita.

Le tre serie spin-off "I Mondi di Thorgal": "Kriss di Valnor", "La Giovinezza" e "Lupa".

Cose brutte? Non ne ricordo nemmeno una. L'accanimento con il quale Van Hamme (e Yves Sente e Xavier Dorison dopo di lui) fa scontrare la famiglia Aegirson con le grandi (e tante) tragedie umane e meno umane, non mi sembra una di queste, come invece asserisce qualcuno. E su vari forum si legge di come si siano rivelati "noiosi" alcuni degli albi spin-off.
Sono d'accordo sul fatto che spesso non c'è stato paragone rispetto alla serie principale, ma la questione è che, nonostante tutto, per quanto meno interessanti, si sono rivelati in ogni caso una lettura molto più stimolante di tanta altra roba sparsa in giro.

Un applauso, infine, va a Gazzetta e Panini che sono riuscite a portare in edicola 50 albi curati in ogni dettaglio (compresi una buona parte di extra e dietro le quinte) ad un prezzo (2 euro e 99) che chiamare ridicolo è poco.

Una gran bella esperienza di lettura che cercherò di portare avanti, sperando che la Panini continui a stampare i vari albi singolarmente.
Evviva Thorgal.

23.5.17

Star Trek: Discovery


Star Trek: Discovery è ambientata 10 anni prima delle gesta di Kirk e Spock. Hanno le tutine da "meccanico" simili a quelle di ST: Enterprise. Fisicamente i Klingon sono stati stravolti. Il taglio è cinematografico e gli effetti sembrano (ovviamente) migliori di quelli visti nelle serie precedenti. La scena nel deserto a qualcuno ha ricordato l'ultimo Star Wars, mentre tecnologie e inquadrature hanno ricordato a me The Expanse. Questa prima stagione arriva in autunno. Ogni stagione sarà indipendente dalle altre e, nel progetto iniziale, l'equipaggio cambierà di volta in volta. In questa, la storia si intreccia tra due navi diverse. Speriamo.


9.5.17

Blade Runner 2049 e due...

Sembrano esserci un paio di idee davvero davvero interessanti. Per quanto mi riguarda, questo rimane il film più atteso degli ultimi trentacinque anni. Non so se mi spiego. Speriamo. Ma speriamo bene.


12.4.17

Bone

Ho acquistato l'omnibus in bianco e nero da ben 1400 pagine del Bone di Jeff Smith, oggi giunto alla sua quarta ristampa, l'anno stesso che la Bao Publishing lo distribuì la prima volta in tutte le fumetterie. Non ricordo che anno fosse, ma credo si trattasse di uno dei primi volumi che l'editore milanese pubblicò all'inizio della sua avventura editoriale.


Da allora ho rimandato la lettura più e più volte. L'ho iniziato e mi sono fermato, forse spaventato un po' dalla mole dell'opera, un po' perché piazzarsi sullo stomaco un volume da svariati chili, tutto è tranne che comodo. Fatto sta che un paio di mesi fa ho deciso di cimentarmi forzatamente nella lettura e, a botta di qualche capitolo a settimana, questa volta completamente avvolto dalla trama, sono riuscito finalmente a finirlo.

Detta così sembra quasi che abbia faticato. E in parte è vero, ma come ti dicevo solo per pure questioni materiali. La verità, alla fine, è che Bone è una delle opere più coraggiose e complesse che l'editoria per ragazzi (e non) possa mai sperare di contare a catalogo. E non a caso è un "prodotto" dedicato tanto ai giovani quanto ai "vecchi" lettori.
Sull'articolata arte grafica di Smith, è inutile discutere. L'autore è bravo. Il suo tratto è vigoroso o romantico a seconda delle esigenze, la sua linea tonale elegante. Punto. Ma la sua accuratezza grafica passa quasi in secondo piano rispetto ad uno stile narrativo snello e pulito che riesce ad essere graffiato e realistico, con soluzioni d'impatto studiate a tavolino, o rotondo e ironico, ispirato a Maestri d'altri tempi.

Tavole tratte dalla Artist Edition della IDW Publishing.

Come dice anche Neil Gaiman nella postfazione al volume, Smith parte infatti dalle ispirazioni di base dettate da Walt Kelly o Carl Barks (e hai detto poco) e sfuma con l'epica cupa e drammatica di un certo immaginario fantasy, ma riuscendo a balzare creativamente oltre, rispetto a più illustri epigoni dell'opera tolkeniana. La cosa più bella, infatti, è che Smith non si ferma mai allo stereotipo, ma anzi riesce ad implementare l'iconografia di genere creando nuovi, interessanti spunti che non potranno fare altro che impreziosire la lettura a chi, come me, mal sopporta fanfaluche e paletti di un fantasy "disegnato" più di sessant'anni fa.

Concepita nel 1991 e portata avanti nell'arco di 13 anni e 55 albi complessivi in una meravigliosa favola fatta di autoproduzione, tanti premi (10 Eisner e 11 Harvey) e tanti riconoscimenti ("una delle dieci opere a fumetti più importanti di tutti i tempi", secondo Time Magazine), l'epica saga narra le vicende dei cugini Bone (Fone, Phoney e Smiley) che, smarrita la via di casa, si ritrovano in una vallata sull'orlo di una guerra per l'esistenza stessa del mondo e della dimensione onirica della realtà.


Ma al di là dei grandi temi metaforici del viaggio e della catastrofe imminente, le cose davvero belle che trovi in mezzo a quelle 1400 pagine, sono: le corse con le mucche, le creature ratto, draghi parlanti, strane storie di principesse, un puma gigante signore delle terre dell'est, epiche battaglie, poteri magici, i monaci Veni-Yan-Cari, i cerchi fantasma, vecchie storie di famiglia e molto, molto di più.

Una grande opera, insomma, realizzata con amore, tanta pazienza e tantissimo appassionato lavoro. E che, a mio parere, meriterebbe più di tante altre cose un adattamento animato.


Giusto per chiudere, il successo planetario di Bone ha permesso al suo autore di continuare a lavorare su questi meravigliosi personaggi. Non con un seguito vero e proprio (per ora), ma su brevi spin-off, come nel caso di Racconti Intorno al Fuoco, o su un vero e proprio prequel, La Principessa Rose, realizzato con Charles Vess al tavolo da disegno. Mentre invece Bone - Il Mistero della Scintilla è il primo capitolo di una nuova trilogia ambientata in un'altra epoca, con una generazione diversa della famiglia Bone.

6.4.17

"The Savage Sword of che...?"

Da qualche giorno ha fatto capolino su tutti i siti di informazione fumettara che la Hachette, in collaborazione con Panini, ha cominciato a distribuire in edicola, senza nessun lancio pubblicitario, The Savage Sword of Conan, collana di volumi cartonati organizzata per raccogliere in ordine cronologico le migliori storie delle serie originali a fumetti (Savage Sword e Savage Tales) del barbaro ideato da Robert Erwin Howard, scritte da Roy Thomas e disegnate, tra gli altri, da John Buscema e Barry Windsor-Smith.


L'iniziativa, dice, dovrebbe prevedere ben 70 uscite. La prima costerà 3 euro e 99, la seconda 8 e 99 e le successive 12 e 99 ("ogni volume, oltre ai fumetti, proporrà diversi approfondimenti sull'opera e sugli autori, le copertine originali e gallery varie"). 

Ora. Lungi da me imbarcarmi in una titanica impresa di questo genere, sia per questioni di spazio, sia (prima di tutto) per una questione economica. Mi avrebbe però fatto un gran piacere rileggere come si deve quelle storie e ho deciso quindi di prendere quanto meno il primo volume (che a quel prezzo non si può proprio dire di no) che raccoglie tutti gli episodi della saga Chiodi Rossi (Savage Tales #1-5 + Savage Sword of Conan #2) e forse qualcuno dei successivi (qui il piano dell'opera dei primi 4 volumi).

Capisci anche tu che, presentata in questo modo, non può che solluccherare il palato...

La questione divertente è che nessuno degli edicolanti interpellati, in quel di Torino, almeno, ha saputo darmi notizie in merito, lanciandosi di volta in volta in spericolate e buffe espressioni interrogative (da qui, il titolo del post).
Facendo un girin giretto sui forum, ho letto che tanti potenziali acquirenti erano spaesati dalla cosa. Qualcuno l'ha trovato (nel nord-est Italia e a Milano), molti altri no (niente a Roma, Napoli, centro e sud Italia in generale). In tanti si sono chiesti perché non si arrivasse a capirne nemmeno la periodicità, spacciata come settimanale da qualche parte e quattordicinale in altre. In tantissimi hanno testimoniato, in base a precedenti esperienze, che la Hachette non è nuova a situazioni di questo tipo e che già altre volte ha iniziato un'opera a campione solo in parte del territorio nazionale, per poi tirare le somme dopo le prime quattro o cinque uscite e decidere se continuare o meno (modalità che in Francia, nell'edizione contemporanea a questa, è stata annunciata sin da subito, pare). Cosa strana, in ogni caso, visto che di mezzo c'è pure la Panini che, tra l'altro, sta continuando a stampare la serie in volumi di pregio e di grosso formato (e prezzo).


E quindi? E quindi niente. Se ti capita di beccarlo in edicola, ti consiglio di prenderlo. Altrimenti, come me, fai finta che nulla sia mai successo.

Chiudi gli occhi al mistero. E quando te lo dico io, dormi... dormi... dormi...

- - - - - A G G I O R N A M E N T O - - - - -

Come detto anche nei commenti in calce a questo post, sembra ormai accertata la natura "test" di questa iniziativa. Hachette ha preferito appunto testare il mercato, distribuendo però in modo tutt'altro che chiaro i vari volumi in pochissime edicole del Paese (soprattutto del nord Italia, sembra di capire) e nemmeno piazzandole nei grossi centri urbani. Al di là dei primi quattro volumi, insomma, non credo che sentiremo ancora parlare di questa collana. Nel caso poi accada il contrario, sarò felice di essere smentito.

31.3.17

Alle origini di Dago

Per quanto in passato io abbia letto e riletto molte pagine di Dago, mi sono sempre mancati alcuni pezzi. Soprattutto quelli legati alle origini, subito dopo gli anni da schiavo.
Un paio di mesetti fa ho messo mano ai primi dieci volumi della Collezione TuttoColore, riposti accuratamente in un cantuccio della libreria per i tempi di guerra (quando è cosa nota che devi mettere da parte olio, farina, candele e i volumi di Dago).


Se già prima la serie ideata e scritta da Robin Wood mi piaceva, rileggere la bellezza di quasi 2500 pagine tutte d'un fiato (più o meno) è un'esperienza molto più coinvolgente che mi ha ulteriormente aperto gli occhi su una meravigliosa epopea a fumetti come ce ne sono state davvero poche. Di sicuro tra le più intense che il fumetto argentino ricordi.
Soprattutto salta all'occhio come le pagine siano cariche di storia e quanto Wood fosse a proprio agio con le storie brevi. Una situazione nata più per necessità, quella di raccontare ogni passo in non più di 12/15 pagine (perché originariamente serializzato sulla celebre rivista argentina Nippur Magnum), ma che alla fine si è rivelata vincente, almeno all'inizio, se guardiamo la saga nella sua interezza.

Ambientato nella prima metà del XVI secolo, la storia parte quando Cesare Renzi, nobile veneziano di una casata di dignitari della Repubblica di Venezia, vede la propria famiglia sterminata in seguito ad un complotto ordito dal nobile turco Ahmed Bey, dal mercante greco Kalandrakis, dal Principe Bertini (uomo di fiducia del Doge) e dal migliore amico di Cesare, Giacomo Barazutti.
Un inizio drammatico, insomma, autenticamente shakespeariano, che porterà Cesare a perdere ogni cosa, compreso il nome, e cominciare una nuova, terribile vita semplicemente come Dago (nomignolo che si porterà dietro per tutta la vita e che gli sarà dato dagli schiavi di una nave mercantile turca per via della ferita sul volto inflittagli, appunto, con un colpo di daga).

In anni di schiavitù e di soprusi, come rematore, manovale, "pescatore" di sanguisughe, minatore e servo, il povero Dago sarà frustato e calpestato, svuotato da ogni stilla di vita e costretto a fare di necessità virtù, quando intorno a lui non ci sarà niente altro che morte e desolazione.


E per quanto possa sembrare romantico, la bellezza del personaggio sta proprio nel fatto che Dago non si piega mai. Si carica invece sulle spalle tutto il dolore inflittogli e diventa un uomo diverso. Si alza ad ogni caduta e scalcia con coraggio per trovare un posto nel mondo e la sua libertà. La redenzione.
Da "principino" di una casa di dignitari, insomma, Cesare Renzi diventa un individuo rispettato da chi versa nella sua stessa condizione e temuto dai suoi stessi padroni.

E proprio per via di questa sua condizione, finisce prima con il diventare amico del Visir Ibrahim e amico/nemico del terribile leone dei mari Kaireddin, il beylerbeyi Barbarossa (prima pirata e poi ammiraglio della flotta ottomana) per essere poi reclutato nel corpo dei giannizzeri di Costantinopoli, diventando il rinnegato Giannizzero Nero, e servire come inviato sia Barbarossa che il sultano stesso, Solimano I.


Da qui partiranno una serie di viaggi verso l'Europa, prima risalendo i Paesi balcanici, dove incontrerà addirittura il crudele Vlad Tepes, poi la resa dei conti con alcuni dei responsabili dello sterminio della sua famiglia, poi alle porte dell'Austria, nel mezzo del sanguinario assedio di Vienna, e poi ancora, inviato dallo stesso Barbarossa per una questione di comode alleanze, Dago presterà servizio presso Francesco I, Re di Francia.
In quel periodo, Dago sarà
in trincea in Italia (tra Pavia e Milano), Francia e Spagna e conoscerà personaggi storici come il Conestabile di Borbone, il Cavalier Baiardo e Giovanni dalle Bende Nere. Avrà poche ma intense storie d'amore, come quella con la bella mercenaria sfregiata Magdalena o quella, più importante, con la sorella del Re di Francia, Margherita d'Angoulême. Al suo passaggio raddrizzerà torti, assisterà alle miserie più nere, affronterà saccheggiatori svizzeri, tedeschi e francesi.

Tutto questo, ma anche molto di più, ti assicuro, nelle prime 2500 pagine che compongono la storia di questo straordinario personaggio. Sempre trattata con una buona retorica romantica che assurge Dago a salvatore dei deboli ma soprattutto a temutissimo avversario.


Wood è un amante della Storia (con la "S" maiuscola) e si vede. Sono note però le sue tante licenze poetiche plasmate in funzione del protagonista. Su tutte, la partecipazione di Dago alle Guerre d'Italia, avvenute solo alla fine del secolo in cui vive, quella all'Assedio di Vienna (1529) prima del Sacco di Roma (1527) o il suo incontro con Vlad Tepes che in realtà era già morto alla fine del secolo precedente.

Ma a chi importa?

Da sottolineare in questo primo lungo blocco di storie, il passaggio di testimone (non ancora definitivo) tra Alberto Salinas e un Carlos Gomez che sin dai suoi inizi ha dimostrato un ottimo feeling con personaggio e tematiche e che in pochissimo tempo è diventato un grande Maestro nell'imprimere espressioni intense e realistiche ai propri personaggi e, più in generale, riuscendo a farli schizzar via dalla pagina letteralmente, attraverso una mirabile "recitazione" e un invidiabile senso dello storytelling.

Ma ora? Mi pento solo oggi di non aver preso anche i volumi successivi della TuttoColore (sette euro erano pochi per un'edizione da 250 pagine a volume, ma sempre troppi da spendere ogni settimana) e a seguire dal punto in cui ho smesso di leggere, o poco più avanti, dovrebbe cominciare la bellissima parentesi narrativa dove Wood fa partecipare Dago al Sacco di Roma. Sono storie che ho già letto, a suo tempo, tra la serializzazione sulle riviste dell'Eura e gli albi monografici in bianco e nero (Ristampa Dago).


Ma per tornare a leggere la storia in un formato più consono e a colori (ai quali mi sono ormai abituato, per quanto non meravigliosi), l'unica soluzione sarebbe riprendere la collezione dai volumi successivi della TuttoColore (che sembra siano ancora disponibili), ma significherebbe imbarcarsi in una disastrosa crociata economica, visto che hanno superato le settanta uscite. 
Oppure cominciare a prendere, tra qualche mese, la Nuova Ristampa Dago Colore in formato bonelliano, riprendendo dal punto dove ho interrotto.
Ma questa nuova edizione, invece, andrebbe ulteriormente ad infoltire uno scaffale già pieno di edizioni e formati diversi dedicato a Dago, tra spillati, cartonati e dorsetti dai mille colori.

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