22.10.14

I notturni di Patrick Joust


Patrick Joust è un fotografo classe '78 che vive e lavora a Baltimora, nel Maryland, ed è sempre a caccia di un soggetto da impressionare su pellicola. Patrick è un fotografo come tanti, ma non come tutti. Per forza di cose sono costretto a segnalarti le sue cose più belle come la serie Black and White Baltimore, Still o anche North.

Ma tra tutti i suoi lavori (che in generale trovi sul suo sito ufficiale), non posso non condividere con te il suo gusto per le atmosfere ovattate e silenzione di certi scenari notturni (verso i quali, come dovresti già sapere, nutro una purissima, maniacale attrazione). E quindi te li piazzo qui sotto. Buona notte.















20.10.14

Justified: e sono tre. La terza stagione, più bella della prima, un pelo sotto la seconda


Nella prima c'era la famiglia Crowder e la Dixie mafia di Miami, nella seconda, la famiglia Bennett. E nella terza stagione di Justified? Chi rimane nella Contea di Harlan, nel Kentucky, a dare del filo da torcere al marshal Raylan Givens? E te lo dico io: tanti, tantissimi personaggi che mettono tanta, parecchia carne al fuoco.

La mafia di Detroit deve riscuotere proprio ad Harlan il denaro speso per un investimento sbagliato. E manda sul posto Robert Quarles, magnificamente interpretato da quel "faccia di bambinone cattivo" di Neal McDonough. Ma Quarles è stato allontanato apposta da Detroit per via di qualche suo violento e peccamino vizietto.


Una volta in paese, Quarles stringerà alleanza con un personaggio nato nella seconda stagione, Wynn Duffy, interpretato da un'altra faccia da furbetto niente male: "mister sopracciglia diaboliche dell'anno" Jere Burns.


Continua ad esserci anche Boyd Crowder, un Walton Goggins (qui sotto) sempre più a suo agio nella parte, che insieme alla compagna Ava, a suo cugino Johnny, al padre di Raylan, Arlo, e al suo luogotenente Derek "Satana" Lennox, cercano di prendere le redini dell'intera Contea.


C'è Dickie, l'unico membro rimasto in vita della famiglia Bennett, che riesce ad evadere dalla prigione per mettersi alla ricerca dei soldi che ha raccolto l'impero del crimine guidato da sua madre nella stagione precedente.


E c'è pure Ellstin Limehouse (altra riuscita interpretazione, questa volta da parte dell'attore Mykelti Williamson), macellaio dai modi filosofeggianti ma molto spicci, protettore del quartiere nero di Noble's Holler.


Tutti loro si incontreranno e si scambieranno favori, soldi, informazioni, spesso a discapito dello stesso Raylan (ora a caccia di uno, ora dell'altro), che in questa stagione verrà messo da parte da sua moglie (che ora aspetta un bambino da lui), accusato di omicidio e corruzione e minacciato di morte praticamente da chiunque passi per caso da quelle parti. Si cercherà di incastrarlo e di toglierlo di mezzo. Addirittura di togliergli le reni, pensa (questione messa su proprio da Elmore Leonard, come ti avevo accennato qualche tempo fa).

Quasi si sfiora l'accanimento terapeutico, insomma, nei confronti del nostro buon protagonista, per buona pace di qualche criticone che all'epoca lo considerò "troppo vincente".


Ci sono degli episodi di mezzo con il "caso del giorno" che sono piccoli gioielli. Ci sono picchi altissimi nei dialoghi e qualche scena ad altissima dose di machismo (una indimenticabile). C'è tantissima carne al fuoco (ad un certo punto forse anche troppa). C'è un bellissimo, tragico finale e c'è un situazione tra Raylan e suo padre che ti lascia basito.
Tanta roba buona, come ti dicevo all'inizio, per una terza stagione che è molto migliore della prima (così come dovrebbe sempre essere in un mondo giusto), ma proprio un pelino sotto alla seconda, in quanto a intensità.


E pensa che hanno trovato pure il tempo di divertirsi, sul set.



Ho finito di vedere questa stagione un po' di tempo fa e sto prendendo una pausa per vedere la prossima (il periodo non è di certo congeniale alle frivolezze). Ma in realtà cercherò di centellinare gli episodi che mi mancano perché, a quanto mi risulta, gli autori hanno deciso che la sesta stagione di Justified attualmente in onda negli Stati Uniti, sarà anche l'ultima.

Sono talmente preso da questi personaggi da non riuscire ad essere obiettivo più di tanto. E visto che per quanto mi riguarda molti di loro rasentano ormai il mito, ti propongo qui sotto una bella galleria fotografica.









17.10.14

Quel meraviglioso Popeye di Max Fleischer


Nato a Cracovia nel 1883, ma emigrato a New York a soli 5 anni, Max Fleischer è stato animatore, scrittore e inventore. Un vero e proprio pioniere e uno degli sperimentatori più influenti nel campo dell'animazione (pensa che fu lui a inventare il rotoscopio).
Fu inoltre il produttore del primo cartone animato con sonoro sincronizzato della storia e il primo a combinare disegni animati e riprese dal vero.
Fra i personaggi da lui portati sullo schermo sono da citare Betty Boop, Koko il Clown e quel meraviglioso Superman che ancora oggi è ritenuto come uno dei più riusciti di sempre. Ma oltre questi, i suoi Fleischer Studios si prendono il merito di aver dato vita animata anche a Popeye, nel 1933. E qui veniamo al punto, perché è di questo che ti volevo parlare.


Sai benissimo chi è Popeye, sin da bambini, noi lo abbiamo sempre chiamato Braccio di Ferro. Un personaggio all'epoca bizzarro, a suo modo di certo rivoluzionario, creato da Elzie Crisler Segar nel 1929 in una striscia a fumetti realizzata per il King Features Syndicate e marchio sfruttato fino allo sfinimento anche nei decenni successivi: gadget, giocattoli, ma anche numerose serie animate e un film musicale interpretato da un Robin Williams (pace all'anima sua) in perfetta forma.
Oggi Popeye è pronto a calcare nuovamente le scene soprattutto grazie all'interessamento del grande regista e animatore Genndy Tartakovsky (Samurai Jack, Star Wars: Clone Wars, Hotel Transylvania) che non più di un mesetto fa ha pubblicato on line uno stupefacente video test con le prime prove di animazione del film (ormai lo ha visto chiunque, ma nel caso te lo fossi perso, lo trovi qui).


Faccio un passo indietro, però, e torno al Popeye di Fleischer. Un lavoro stupendo che rese l'animatore in questione uno dei più popolari dell'epoca e tra i più quotati a livello mondiale.
Il primo episodio della serie (qui sotto), intitolato semplicemente Popeye the Sailor Man, fu realizzato come corto della serie dedicata a Betty Boop che la vedeva appunto co-protagonista come danzatrice in abiti succinti.


All'epoca nessuno avrebbe potuto immaginare lo strepitoso successo che avrebbe riscosso Popeye (pensa che nel 1934 venne pubblicata una statistica secondo cui le vendite di spinaci negli Stati Uniti erano aumentate del 33% proprio per via della serie animata).


Quel successo, insomma, "costrinse" i Fleischer Studios a mettere in cantiere un'intera serie dedicata a Popeye che con il tempo contò qualcosa come 200 e passa episodi.
P.S.: E a te che sei appassionato di fumetti e lettore attento, ricordo che proprio in quel periodo, a partire dal 1935, negli studios in questione arrivò un giovane cartoonist che collaborò proprio alle serie di Popeye. Il giovane si chiamava Jacob Kurtzberg, meglio noto poi "semplicemente" come Jack "The King" Kirby.


Tutto questo per dirti che, oggi come oggi, quei mitici episodi te li offre generosamente in visione il "tubo" in una tracklist (te la piazzo qui sotto, ma la trovi anche qui) che li raccoglie tutti e che ha praticamente lo stesso valore di uno scrigno pieno di tesori.
Sono in lingua originale, naturalmente, ma le parole servono a poco, qui. E quindi non mi rimane che augurarti buona visione.

P.S.: Li ho fatti vedere anche a mio figlio. Gli piacciono un casino e ride come un matto, anche se non capisce (non vuole capire) perché Braccio di Ferro per diventare forte deve mangiare delle "verdurine".


Agli smanettoni di smartphone e tablet, segnalo invece che su Google Play esiste l'app Poppye Collection che raccoglie tutti i 212 episodi della serie originale. Si tratta in pratica di un'app gratuita che gestisce naturalmente solo i link esterni e quindi non funziona off line).

16.10.14

Bonobo | The Northern Borders Tour --- Live


Questo solo per dirti che il grande Simon Green, meglio noto come Bonobo, è tornato ora con un meraviglioso disco live tratto dal tour di The North Borders, disco in studio dell'anno scorso pubblicato con i tizi dell'etichetta indipendente londinese Ninja Tune.
Il disco era già bello di suo, ma questa versione live è magistrale e raccoglie le performance di Green durante i 18 mesi di concerto: 175 tappe distribuite in 3 continenti, al cospetto di 2 milioni di persone.
Qui sotto ti piazzo il trailer del live e tutti i brani del disco condivisi da Spotify. Se vuoi acquistare l'album, sappi che è già tardi: le versioni CD + libro + DVD (a 12 sterline) e quella in doppio vinile (a 17 sterline) sono già esaurite da tempo. La versione in digitale da 5 sterline, invece, la trovi qui.




14.10.14

Della ripartenza di Daredevil e di quel paio di blocchi che ancora ti mancano...


Qualche giorno fa sono passato in edicola e l'occhio è caduto su un tremolante scaffale zeppo di albi Panini, notando che tra tutti spiccava la cover animal di Daredevil (così le chiamano adesso, capisci? "Cover animal", "The Mouse without Fear"). In pratica Devil riparte dal numero uno per la seconda volta nel giro di un annetto o poco più.

E' nata sul posto una veloce riflessione: Devil, su tutti, è il personaggio che ho letto in modo più assiduo, che fuori ci fosse sole o  bufera, giorno o notte. Sempre e comunque, si, a partire in pratica da quando era infilato a forza in appendice ai Fantastici 4 della Star Comics, su Star Magazine (si può davvero dimenticare quella meravigliosa cover di Barry Windsor-Smith sul numero 5 e quella storia, "La notte più letale della mia vita", scritta da Harlan Ellison e disegnata da David Mazzucchelli?), sui vari speciali (Amore e Guerra e Bersaglio per la Morte, giusto per citarne un paio) o sul Devil Classic che purtroppo riuscì a coprire giusto l'anno 1993 dopo Cristo con una dozzina di albi appena. Negli anni, e con l'avvento della Panini, il personaggio ha mutato forma e ha guadagnato la semindipendenza al fianco di Hulk e parecchie iniziative in solitaria. Storia che conosci bene anche tu, insomma.


Ma anche nella mia ossequiosa collezione, mancano un paio di blocchi.

Il primo risale ad una barcata di anni fa. Smisi di leggere Devil con l'arrivo della saga Fall from Grace, una serie di episodi abbastanza stucchevoli, ricorderai, scritta da Daniel G. Chichester (che guarda caso dalla fine degli anni '90 non ha più scritto fumetti, lavorando invece come "creativo" in Ogilvy & Mather) e disegnata da uno Scott McDaniel in pienissima ispirazione frankmilleriana ma che, fortunatamente per lui, è poi migliorato molto negli anni successivi (fino a diventare un importante autore di Batman). Avevo letto i primissimi capitoli e avevo lasciato perdere subito, complice anche quel terribile nuovo costume grigio e rosso con le spalline di Daitarn III.


Il secondo blocco saltato a piè pari comincia invece qualche anno fa, con l'avvento di quella mezza minchiatina di Shadowland, con Devil a capo della Mano. Può darsi che a tratti si sia rivelata interessante, non so (in fondo era scritta da Andy Diggle), ma ricordo che i primi capitoli non incoraggiavano (e quella doppia "D" sul petto ti faceva venir voglia di usare il comic sans senza vergognarti troppo). In ogni caso mi rendo conto (non c'è bisogno che me lo ricordi), che si arrivava dal lungo ciclo di Brian Michael Bendis e da quello più breve di Ed Brubaker, e che qualsiasi altra cosa, dopo, correva il serio rischio di stonare. E infatti...


Non ho più letto Devil, da allora, saltando anche la run di Mark Waid, che all'epoca sembrava soltanto troppo "luminosa", dove i "super criminali" indossavano costumi troppo dandy e anni '70 per essere credibili un minimo. Ma quella run voglio recuperarla, ora, anche perché i disegni di Chris Samnee sono molto vicini al mio ideale di "bellezza" a fumetti. E poi un Matt Murdock tra i tetti di San Francisco e sul quale non viene operato uno sconsiderato accanimento terapeutico, potrebbe non dispiacermi.
Aspetterò l'edizione in volume (che non tarderà molto ad arrivare, immagino) e visto che il mensile ricomincia da 1, ho deciso di riallacciare i rapporti anche con la serie regolare, sperando che il Devil non disegnato da Samnee, il Punisher di Edmondson e Gerards (che in realtà non sembra male) e il prossimo lancio del nuovo (?!?) scintillante Ghost Rider in versione 4 ruote, non rovinino troppo presto questo piccolo ritorno di fiamma.


P.S.: Poi ci sarebbe da parlare della nuova serie TV che sarà distribuita da Netflix nel 2015 e che sta prendendo davvero una bella forma (sembra).

13.10.14

Le 13 cose che Steve Jobs ha insegnato a qualcun altro (ma apri bene le orecchie pure tu)


Ora. Se passi spesso da queste parti, sai bene che Steve Jobs non è mai stato un mio personale modello di riferimento. Anzi. Ho sempre pensato che la cosa che gli riusciva meglio era capire cosa volevano le persone (la massa?) e cercare di accontentarle, ma senza compromessi. Jobs era un ottimo venditore e un buon perfezionista. Sapeva come tirar fuori il meglio dalle persone colpendole sulla nuca. Sfida che non tutti accettano. E proprio per questo, forse, rimaneva accanto a lui solo chi accettava quella sfida.


Uno di questi è stato Guy Kawasaki, nella foto qui sopra. Kawasaki oggi ha 57 anni, si occupa di investimenti nella Silicon Valley e ha contribuito al successo di Apple nei primi anni '80. Per circa quattro anni lavorò quindi a stretto contatto con Steve Jobs in persona. Qualche tempo fa ha stilato una lista di 13 punti. 13 lezioni importanti che dice di aver appreso da Jobs.

Dopo aver letto questi 13 punti (che ti riporto pari pari qui sotto da un articolo de Il Post), devo ammettere che Jobs mi sta un pochino più simpatico. Anche solo perché nei 13 punti qui sotto, non sbaglia niente (con le dovute proporzioni, ovviamente).

Qualsiasi sia il tuo mestiere, che tu abbia lavorato in una piccola realtà o presso una grande azienda, in questi 13 punti ritroverai cose, persone e situazioni note. E questo la dice già lunga su tutta la storia.



1. GLI ESPERTI NON NE SANNO NIENTE.
Giornalisti, analisti, consulenti, banchieri e guru non sanno fare e quindi danno consigli. Ti sanno dire che cosa c’è che non va nel tuo prodotto, ma non sono capaci di farne uno. Ti possono dire come vendere qualcosa, ma non sanno vendere. Ti possono spiegare come creare grandi gruppi di lavoro, ma sanno gestire a malapena una segretaria. Per esempio, gli esperti ci dissero che i due principali difetti del Macintosh a metà anni Ottanta erano la mancanza del supporto per una stampante a margherita e l’assenza di Lotus 1-2-3; un’altra perla fu il suggerimento di acquistare Compaq. Questo è quello che dicono gli esperti, ma non bisogna sempre dargli retta.

2. I CLIENTI NON SANNO DIRTI CIÒ CHE VOGLIONO. 
“Ricerca di mercato Apple” è un ossimoro. Il focus group di Apple era l’emisfero destro del cervello di Steve che parlava alla metà sinistra. Se chiedi ai clienti che cosa vogliono, te lo diranno: «Migliore, più veloce e meno caro». Ma una cosa monotona migliorata non ha nulla del cambiamento rivoluzionario. I clienti sanno solo descrivere i loro desideri in termini di ciò che stanno già usando: nel periodo in cui fu introdotto il Macintosh, tutti dicevano di volere computer con MS-DOS migliori, più veloci e meno costosi. La cosa migliore per una startup è creare un prodotto che tu vorresti usare: è quello che hanno fatto Steve e Wozniak.

3. L'IMPORTANZA DEL BALZO IN AVANTI.
I grandi cambiamenti si verificano quando vai oltre la monotonia. I migliori produttori di stampanti a margherita avevano iniziato a introdurre nuovi caratteri con diversi corpi. Apple introdusse un balzo in avanti: le stampanti laser. Pensate a quelli che raccoglievano il ghiaccio, alle aziende che lo producevano e a quelle che fanno frigoriferi. Ghiaccio 1.0, 2.0 e 3.0. Raccogliete ancora il ghiaccio durante l’inverno da un pozzo ghiacciato?

4. PIÙ È GRANDE LA SFIDA PIÙ LA QUALITÀ DEL LAVORO MIGLIORA.
Ho sempre lavorato col timore che Steve potesse dirmi che io non fossi bravo o che il mio lavoro non valesse niente. Questo timore era una grande sfida. Competere con IBM e Microsoft era una enorme sfida. Cambiare il mondo era una grande sfida. Io e gli impiegati di Apple, prima e dopo di me, abbiamo fatto il nostro meglio perché dovevamo dare il massimo per affrontare le grandi sfide.

5. IL DESIGN CONTA.
Steve ha fatto impazzire diverse persone con le sue richieste sul design: alcune sfumature di nero non erano nere abbastanza. I comuni mortali pensano che il nero sia nero, e che un cestino sia un cestino. Steve era un vero perfezionista - un perfezionista “oltre la sfera del tuono” - e aveva ragione: alcune persone hanno a cuore il design, mentre molte lo notano appena. Magari non tutte, ma quelle importanti.

6. NON PUOI SBAGLIARE CON GRANDI GRAFICI
E GRANDI CARATTERI.
Date un’occhiata alle slide di Steve. Il font è in corpo 60. C’è in genere una grande schermata o un grafico. Ora pensate alle presentazioni che fanno gli altri che si occupano di tecnologia, anche di quelli che hanno visto come faceva Steve. Usano caratteri con corpo 8 e non ci sono elementi grafici. Molte persone dicono che Steve fosse il più grande presentatore di nuovi prodotti… non viene da chiedervi come mai poche persone copino il suo stile?

7. CAMBIARE IDEA È SEGNO D'INTELLIGENZA.
Quando Apple consegnò il primo iPhone, non c’erano le applicazioni. Le app, decretò Steve, erano una cattiva idea perché non sapevi mai che cosa potessero fare al tuo telefono. Introdurre applicazioni web all’interno di Safari era l’unica possibilità presa in considerazione, fino a quando sei mesi dopo Steve decise - o qualcosa lo convinse - che le app fossero la giusta cosa da fare. Apple percorse molta strada in poco tempo arrivando al suo celebre slogan “there’s an app for that” (“c’è un’applicazione per ogni cosa”).

8. IL VALORE È DIVERSO DAL PREZZO.
Miseri voi se decidete di basare tutto sul prezzo. Miseri ancora di più se decidete di competere solo sul prezzo. Il prezzo non è tutto ciò che conta: quello che conta, almeno per un po’ di gente, è il valore. E il valore comprende nel conto la preparazione, l’assistenza e la gioia intrinseca di utilizzare il miglior strumento esistente. Possiamo dire che nessuno compra i prodotti Apple in virtù di quanto è basso il loro prezzo. 

9. I GIOCATORI DI SERIE A ASSUMONO GIOCATORI DI SERIE A+.
Steve era convinto che i giocatori di serie A dovessero assumerne altri sempre di serie A, quindi con la stessa abilità. Io ho rifinito questa impostazione: la mia teoria è che quelli di serie A debbano trovare gente migliore di loro. I giocatori di serie B assumono quelli di serie C così da potersi sentire superiori, e questi ultimi ne assumono di serie D. Se inizi con l’assumere quelli di serie B, aspettati una “esplosione di asini” nella tua azienda, come diceva Steve. 

10. DIMOSTRAZIONI DEL CEO.
Steve Jobs era in grado di mostrare come funzionavano gli iPad, gli iPod, gli iPhone e i Mac per un paio di volte l’anno a milioni di persone nel corso delle sue presentazioni. Perché tanti amministratori delegati (CEO) chiamano sul palco i loro vice o altri dirigenti per fare le dimostrazioni? Forse per dimostrare che c’è uno sforzo collettivo dietro un prodotto. O forse perché il CEO non sa o non capisce fino in fondo che cosa fa la sua società e non riesce a spiegarlo. Non è patetico?

11. IMPEGNO DIRETTO DEL CEO.
Forse il prodotto non era perfetto tutte le volte, ma era sempre notevole a sufficienza da poterlo distribuire. In questo Steve ci ha insegnato a non apportare ritocchi per il gusto di farlo. Lui aveva un obiettivo: dominare sui mercati esistenti o crearne di nuovi a livello globale.

12. MARKETING.
Pensate a un quadrato diviso in quattro quadrati più piccoli. L’asse verticale misura quanto il vostro prodotto è diverso da quello della concorrenza. L’asse orizzontale misura il valore del vostro prodotto. In basso a destra: di valore ma non unico, richiede un prezzo concorrenziale. In alto a sinistra: unico ma non di valore, sarete i primi in un mercato che non esiste. In basso a sinistra: non unico e non di valore, siete un asino. In alto a destra: unico e di valore, ed è qui che avete margini di guadagno e potete fare la storia.
Per esempio: l’iPod era unico e di valore perché era il solo modo per scaricare musica legalmente, a basso costo e facilmente dalle principali etichette discografiche. 

13. BISOGNA CREDERE IN ALCUNE COSE PER POTERLE VEDERE.
Quando cerchi di fare balzi in avanti, di sfuggire o ignorare gli esperti, di affrontare grandi sfide, di essere ossessionato dal design e di focalizzare l’attenzione sul valore unico di un progetto, dovrai convincere le persone a credere in quello che stai facendo per far fruttare i tuoi sforzi. Le persone hanno dovuto credere nel Macintosh per vederlo diventare realtà. E lo stesso vale per l’iPod, per l’iPhone e per l’iPad. Non tutti ci crederanno, ma va bene così. Il punto d’inizio per cambiare il mondo è cambiare le idee di pochi. Questa è la più grande lezione che ho imparato da Steve.

10.10.14

The Great Martian War (1913 - 1917)


The Great Martian War è un documentario che History Channel Canada ha commissionato a Steve Maher della Impossible Factual e al regista Christian Johnson dello studio di animazione inglese Plazma. Il brano che fa da colonna sonora, intitolato "88", è invece opera della band indie di Manchester Working for a Nuclear Free City.

Non ho davvero molto altro da aggiungere, se non che si tratta di un gran lavorone, affascinante da più punti di vista. Qui trovi la pagina ufficiale dedicata al corto e all'intero progetto più in generale.

Per il resto, buona visione.




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