26.1.15

Piccoli Suicidi tra Amici


Dopo quel meraviglioso romanzo che fu L'Anno della Lepre, lo scrittore finlandese Arto Paasilinna dona, a me personalmente, ulteriore prova della sua incredibile verve e della sua naturale e incontaminata voglia di raccontare storie. Piccoli Suicici tra Amici (Hurmaava joukkoitsemurha, 1990) parte da un incipit semplice semplice e prende piede lentamente e con delicatezza:

"Onni Rellonen, piccolo imprenditore con diversi fallimenti alle spalle, decide di suicidarsi. Per commettere il gesto supremo sceglie un vecchio fienile appartato, ma il posto è già occupato dal colonnello in pensione Hermanni Kemppainen che per lo spavento dell'arrivo di Onni scivola con il cappio al collo. Fortunatamente il nuovo venuto gli salva la vita e i due diventano amici passando molto tempo insieme, trovando conforto l'uno nell'altra e parlando del proposito comune. Da qui l'assurda decisione di aiutare tutti i finlandesi con il loro stesso insano proposito e unirli sotto un'unica guida che li traghetti verso l'insano gesto."


Una volta raccolte trenta unità di aspiranti suicidi, parte quindi il viaggio a bordo di un autobus di lusso che porterà il bizzarro gruppetto verso i picchi di Capo Nord. Detto questo non pensare mai, nemmeno per un istante, che questo possa risultare un romanzo triste. Paasilinna è al solito tagliente e arguto, sempre ispirato, sempre assolutamente ironico e pungente.
Ma quel che traspare è anche un Paasilinna particolarmente feroce con la sua terra natia, come in un passo di pagina 144:
Nel riverbero fiammeggiante del sole di mezzanotte, la conversazione scivolò sulla patria che avevano lasciato. Per la Finlandia non provavano una grande nostalgia; aveva maltrattato i suoi figli. La società finlandese, sostenevano, era fredda e dura come il ferro, e i finlandesi crudeli e invidiosi gli uni degli altri. Nell'ingordigia dilagante, tutti cercavano di accumulare disperatamente denaro. I finlandesi erano cupi e malvagi. Se ridevano, era perché gioivano dei guai altrui. Il Paese era pieno di imbroglioni, bari, impostori.

E altrettanto feroce vuole e riesce ad essere anche con i suoi connazionali, ma concedendo loro il beneficio del dubbio e ammettendo comunque quella cocciuta tenacia che li contraddistingue, come al fondo del primo paragrafo che apre il romanzo:
Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l'introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gravezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spirito di cupa seriosità. Il peso dell'afflizione è tale da indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l'unico sollievo. La malinconia è un avversario più spietato dell'Unione Sovietica. Ma i finlandesi sono al tempo stesso un popolo combattivo. Non cedono mai. Si ribellano a ogni occasione contro il tiranno.
Piccoli Suicidi tra Amici è un libro divertente e leggero nonostante i temi trattati (cosa che a Paasilinna riesce facile), magistralmente scritto da un autore abituato a scrivere come a respirare. Un romanzo che mette alla berlina vizi e virtù dei finlandesi e che cerca di fare chiarezza sul loro antico rapporto con una certa innata apatia.


P.S.: Il regista finlandese Ere Kokkonen ha diretto una trasposizione cinematografica di questo romanzo nel 2000, attualmente disponibile in DVD in lingua originale con sottotitoli in inglese.
P.P.S.: Se l'evento iniziale della storia ti ricorda qualcosa, è probabile che tu abbia letto Non Buttiamoci Giù (A Long Way Down, 2005), noto romanzo dello scrittore inglese Nick Hornby che curiosamente ripercorre, in parte, la stessa situzazione.

22.1.15

Le cover di Séverin Millet

Quando un paio di anni fa (qui) ti ho parlato di Séverin Millet come un genio dell'illustrazione, avevo ragione. Torno sull'argomento per sottoporre alla tua attenzione i suoi ultimi lavori come book designer. La tecnica e lo stile di Millet, oltre ad apparirmi parecchio congeniali, sono anche la risposta a chi chiede di quella "complessa semplicità" di cui ogni tanto si parla. Millet, con poche ma articolate campiture di colore, mette su carta piccoli, colorati mondi che si schiudono e vivono di forza propria.
















20.1.15

Il Segno dei Quattro


Il mio percorso di lettura/rilettura dei classici di Arthur Conan Doyle dedicati al detective più famoso di sempre, prosegue parsimonioso (destato da vivo interesse) e si arricchisce così di un nuovo tassello. Dopo il bel romanzo Uno Studio in Rosso è toccato quindi al secondo tomo (o sarebbe meglio parlare di "tomino"): Il Segno dei Quattro.

E' abbastanza noto che questo secondo romanzo breve non rientra tra le storie migliori del personaggio e, più in generale, tra le cose più interessanti di Doyle. Si respira piuttosto la stessa atmosfera di quelle storie riempitivo posizionate tra cose più importanti (un appassionato di fumetti Marvel lo avrebbe chiamato "fill in"), in attesa delle indagini più note che sarebbero seguite.
Credo sia l'unico romanzo, questo, dove il lettore non avrà il piacere di seguire Holmes nella sua indagine cercando di tenere passo (arrancando) dietro le sue spiccate deduzioni. Il colpevole di turno questa volta è abbandonato alla sua fuga e veniamo messi a conoscenza quasi subito della sua identità, anche se non lo si "vedrà" che alla fine. Tu che leggi, insomma, sei temporaneamente messo da parte, mentre Holmes si muove dietro il sipario per risolvere al meglio la situazione con i suoi soliti metodi.


Mai come ne Il Segno dei Quattro, Sherlock Holmes è solo co-protagonista. Nulla si aggiunge al suo personaggio che non sia già stato detto nel precedente romanzo. Viene delineato invece il carattere educato e timoroso del buon John Watson (qui oggetto di particolare attenzione da parte di Doyle) che al contrario del suo compagno di avventure, è preda di amore ed emozioni mai provate prima. Il cuore di Watson sembra battere per quella stessa signorina Mary Morstan che incarica i due amici di scoprire che fine ha fatto il misterioso tesoro che suo padre aveva scoperto durante un soggiorno militare in India (dal quale non sarebbe mai più tornato).

Da sottolineare qui la presenza di un paio di personaggi da apparizione unica che Doyle ha utilizzato nella saga HolmesianaAthelney Jones, goffo e furbetto ispettore di Scotland Yard che qui sostituisce la più nota figura dell'ispettore Lestrade, e Toby, un formidabile segugio metà spaniel e metà lurcher) che sarebbe tornato solo nel romanzo apocrifo Sherlock Holmes vs. Dracula firmato da Loren D. Estleman).


Il Segno dei Quattro è un romanzo leggero e godibile che per lo più trova il massimo picco nella parte iniziale, dove Holmes e Watson dovranno venire a capo del misterioso omicidio di Bartholomew Sholto, assassinato da una spina avvelenata nel suo studio le cui porte e finestre sono sbarrate dall'interno (si, Doyle sembra voler omaggiare gli estremi de I Delitti della Rue Morgue, scritto da Edgar Allan Poe mezzo secolo prima).

Seguirà prima o poi Le Avventure di Sherlock Holmes, una raccolta di racconti di validissimo spessore (o così ricordo dalle mie letture giovanili), il primo dei quali, il celebre Uno scandalo in Boemia, viene ancora oggi riconosciuto dagli appassionati di Sherlock Holmes, e in generale dello scrittore scozzese, come uno degli scritti più ispirati di Doyle.

13.1.15

Franklin Booth

Classe 1874, nato e cresciuto in una fattoria a Carmel, in Indiana, Franklin Booth è stato, semplicemente, un gigante dell'illustrazione. In gioventù, studiando e copiando le immagini che più gli piacevano da libri e riviste, sviluppò una tecnica di disegno del tutto particolare frutto anche di un equivoco: quelle che più copiava erano in realtà incisioni in legno e come risultato otteneva disegni composti da migliaia di linee che una accanto all'altra producevano varie "densità" con cui intesseva chiaroscuri e ombre. 
Le caratteristiche principali della sua arte sono grandi edifici, boschi di alberi nodosi che incombono su piccole figure, volute decorative e bordi classici.

All'epoca considerato soprattutto un artista commerciale (pensa!), Booth realizzò illustrazioni per The Century Magazine, Everybody's Magazine, McClure's, Cosmopolitan, Redbook, Good Housekeeping, House & Garden e Ladies' Home Journal, ma anche per annunci pubblicitari per 
Bulova Watches, Estey Organ, Paramount Pictures, Rolls-Royce e Wallace Silver.













11.1.15

A saperlo, che bastava chiedere...


Ti ricordi quando qualche tempo fa avevo espresso il desiderio di leggere Sherlock Holmes e i Vampiri di Londra? Ecco. A saperlo prima che bastava chiedere, avrei richiesto più titoli.
Eh, si. Perché a gennaio, sempre che la cosa ti interessi, avrai la possibilità di scegliere tra due versioni di quest'opera. Non si sa bene per quale arcano motivo, infatti, ma sia l'Editoriale Cosmo sia la 001 Edizioni pubblicheranno la miniserie d'oltralpe pubblicata dalla Soleil e firmata da Cordurié e Laci.

Quella della Cosmo lancerà la neonata collana Weird Tales (mensile con storie autoconclusive di genere horror/fantastiche/vittoriane), 96 pagine in bianco e nero in formato bonellide al prezzo più che concorrenziale di 3 euro. Sarà distribuita in tutte le edicole (QUASI in tutte le edicole, diciamo) e all'interno dell'albo in questione sarà pubblicata la serie per intero (composta originariamente da due tomi da 48 pagine).


Quella della 001, invece, lancerà la neonata collana NowComics, avrà 64 pagine a colori nel formato 19,5x26 cm e distribuita nel solo circuito delle fumetterie. Questo significa che l'opera sarà completata in due volumi (l'editore ha confermato che nelle 64 pagine sarà compreso un ricco ed esauriente apparato redazionale). Prezzo concorrenziale anche qui: ogni volume costerà 4,90 euro.


Dice: "ma a te lettore che te ne frega se due editori diversi pubblicano lo stesso titolo nello stesso mese (n.d.r.: non tenendo conto che è pure già stato serializzato a puntate su Lanciostory un annetto fa circa)?"
Niente. A noi lettori non dovrebbe importare nulla. Anzi. Abbiamo per una volta l'occasione di scegliere l'edizione a noi più congeniale a seconda di formato, colori, prezzo e quant'altro.

Io, però, non riesco a nascondere un certo (lieve) senso di disagio che levati di torno. Tieni conto che ormai operazioni di ristampa di un certo tipo non si contano più, tra 001, Cosmo, Aurea, Nona Arte, Panini, Mondadori e allegati vari è un continuo stampare e ristampare le stesse serie in formati e prezzi diversi (così al volo mi vengono in mente Comanche, Los Gringos, Lady S., Le Janitor, Durango, Blueberry, Asterix, Lucky Luke, XIII, Thorgal, Caino, Bouncer). E non sto dicendo che sia sbagliato, eh.

Detto questo, mi sono ripromesso di fare più spesso su questo blog i nomi dei titoli che mi piacerebbe vedere pubblicati o ristampati in Italia. Basta davvero solo chiedere, evidentemente.

8.1.15

La fine di Bouncer (per ora)


Con questo quarto albo, a distanza di quasi un anno dal terzo, l'Editoriale Cosmo mette fine (per ora) alla meravigliosa epopea di Bouncer (nove volumi in tutto, prodotti in Francia dal 2001 al 2013 da Les Humanoïdes).

Che fosse un capolavoro annunciato, non ho mancato di segnalartelo più volte. La maestria di Alejandro Jodorowsky nel raccontare disadattati, menomati e deformi, supera i limiti imposti da tematiche e generi. Quel che ne viene fuori è un western mostruoso e terribile, dove dietro ogni angolo si celano assassini senza scrupoli. Un western aspro e corroso dagli archetipi classici del lontano ovest americano (polvere, sangue e proiettili) ma sempre trattati con leggiadra sapienza e una buona dose di originalità. Allo stesso tempo viene quasi difficile, invece, pensare a qualcuno che avrebbe potuto fare un lavoro migliore di Francois Boucq, un autentico genio del disegno. Nonostante il bianco e nero e la riduzione forzata delle tavole di questa edizione, i suoi volti esprimono un realismo senza pari e i suoi scenari tolgono quasi il fiato, giuro.


In Bouncer, però, sovente viene fuori anche una figura di donna "padre padrone" spietata e perversa (e che ogni volta sembra attecchire sul malcapitato buttafuori dell'Infierno, preda degli effluvi dell'alcol e volentieri innamorato perso della persona sbagliata). Spesso protagonista vera e propria, questa sorta di matrona dominatrice (cambia il nome e l'aspetto, ma l'animo è più o meno sempre quello) non manca nemmeno in questo doppio episodio conclusivo.


A Barro City qualcuno ha barbaramente assassinato Sakajawea, la moglie indiana di Jobs, il nano barista dell'Infierno e amico di vecchia data di Bouncer. Quest'ultimo, preso dall'ira e dalla febbre dell'assassinio, scopre che l'autore del crudele gesto è Pretty John, figlio prediletto (ingobbito e deforme) del terribile direttore di un penitenziario dall'infernale fama che sorge maestoso nel deserto poco dopo la cittadina di Las Tarantulas. Bouncer partirà alla volta del penitenziario in compagnia del fedele Mocho (il suo cane, come lui privo di una "zampa") per sottrarre lo spietato assassino ai suoi genitori e riportarlo in città per un giusto processo.
Presto, però, l'inviolabile fortino non si rivelerà un semplice penitenziario, ma un paradiso per criminali e assassini di ogni risma e un vero e proprio inferno per il nostro eroe che dovrà fare i conti con la vera mente dietro il mostruoso covo criminale, la moglie del direttore definita dalle sue stesse vittime come un'avida mantide religiosa.


Lungo il percorso, come spesso accade in queste storie di Jodorowsky, sboccia e prende piede la vera storia, dove il protagonista incontra pittoreschi personaggi come Panchita, una ragazzina indiana dal volto tatuato, figlia di uno dei veri prigionieri del penitenziario, Falco Nero e suo figlio Piccola Luna, due indiani soccorsi da Bouncer (che lo battezzeranno con il nome indiano "solo-un-braccio"), i mostruosi e temibili Skull dalla faccia scheletrica, guardia personale di Ugly John, e Goyathly, un vecchio indiano muto che sa resistere come nessun altro alle insidie del deserto.
In definitiva, quello di Bouncer è un western sconfinato, crudelissimo e sconfortante, ma allo stesso tempo capace di raccontare storie ricchissime di umanità e sentimenti belli e brutti: disperazione e morte, ma anche amore e altruismo.

Senza troppa paura di essere smentito, insomma, non mi stancherò mai di ripeterti che Bouncer si candida tranquillamente come una delle migliori serie a fumetti western di sempre. E da queste parti si spera vivamente che i due autori possano rimettere mano sul personaggio quanto prima.

4.1.15

I Visitatori di Clifford Simak


Clifford Simak è sempre stato un mio piccolo pallino fisso. Credo che lo scrittore e giornalista americano sia sempre stato ingiustamente sottovalutato (anche se per anni è stato considerato una sorta di Ray Bardbury della provincia americana). Autore di perle della sci-fi classica come Anni Senza Fine, L'Anello Intorno al Sole o La Casa dalle Finestre Nere (ricordo con una certa tenerezza una mia recensione per il Corriere della Fantascienza risalente a più di una decade fa), Simak è uno di quegli scrittori privi di fronzoli che ha sempre prediletto uno stile di scrittura secco e asciutto e storie che, ambientate tra le stelle o tra misteriose civiltà aliene, raccontassero sempre e comunque la provincia americana, appunto, come uno dei più grandi misteri del nostro pianeta.

I Visitatori (The Visitors, 1980) è uno dei suoi tardi romanzi minori. L'incipit è quello tra i più abusati della storia: l'invasione aliena. Ma la questione sta proprio nella "foggia" degli indifferenti visitatori.
Non di omini verdi si tratta, infatti, ma di grosse mattonelle nere e lucide lunghe svariate decine di metri che sembrano levitare a pochi centimetri dal suolo. Arrivano negli Stati Uniti e cominciano a fagocitare interi ettari di foresta per lasciare, appena dietro di loro, una scia formata da balle di cellulosa. Non attaccano l'uomo ma nemmeno prestano la minima attenzione ai suoi vari tentativi di stabilire un contatto.
Suddiviso in 57 brevi capitoli, la scena si divide tra Lone Pine, in Minnesota, dove il primo visitatore si è mostrato (e dove seguiamo le gesta della redazione giornalistica del Minneapolis Tribune, della sua giornalista d'assalto e del suo fidanzato, prima rapito e poi rilasciato da una di queste strane creature) e gli uffici della Casa Bianca dove Presidente, Segretario della Difesa e Generalissimi vari seguono gli eventi e prendono decisioni.


I problemi cominciano quando dopo il primo "mattone" nero (contro cui nulla si puote per smuoverlo dai suoi intenti mangerecci), ne arrivano parecchi altri. Ma soprattutto quando gli strani visitatori prendono a riprodurre oggetti di uso comune per tutti gli abitanti del pianeta come una sorta di ringraziamento per aver permesso loro di "cibarsi", ma rischiando invece di mandare in malora l'intero sistema economico globale (e spingendosi troppo oltre, proprio nel finale).
Simak cerca di cavalcare più che altro la vena realistica e le reazioni che un simile evento potrebbe davvero scatenare nella massa.

Ripeto, I Visitatori è uno dei romanzi minori di Simak scritto più o meno a fine carriera (e purtroppo la cosa si percepisce tutta). Nonostante alcuni spunti davvero interessanti, purtroppo, Simak non riesce ad andare oltre il mero gioco dello spettatore in prima persona, imbastendo un teatrino botta e risposta, a tratti snervante e superfluo, tra il luogo dove tutto succede e il luogo dove tutto si decide.
Nonostante questo, mi preme ricordarti che sempre di un grande scrittore di genere si tratta, ma che se proprio deve capitarti tra le mani un suo libro, magari fa che non sia questo. La Elara, tanto per dire, varò anni fa una collana a lui espressamente dedicata, pubblicando le sue cose migliori.

I Visitatori | Clifford D. Simak
Urania Collezione #140 (Settembre 2014)

29.12.14

#Riletture: Blacksad #1


Blacksad è la celebre serie a fumetti edita da Dargaud, scritta da Juan Dìaz Canales e splendidamente disegnata da Juanjo Guarnido (entrambi autori spagnoli, il primo esordiente sceneggiatore proprio con questo albo, il secondo con alle spalle sette anni di esperienza come animatore capo presso i Disney Studios). Se sei un minimo attento, sai quanto se n'è parlato, quanto i fan di questo titolo rimangano in trepidante attesa di una nuova avventura e quanto, ancora oggi, dopo cinque albi prodotti, continui a mietere successi raccogliendo premi a destra e manca (sia in Francia, ad Angouleme, sia in America con tre Eisner Awards).


A mio avviso, però, nonostante il successo, Blacksad all'epoca non partì con il botto. Questa prima storia (Da qualche parte tra le ombre, 2000) ripercorre pedissequamente un canovaccio abbastanza ritrito, uno standard hard boiled le cui basi furono poste, nell'età d'oro del genere, da scrittori come Raymond Chandler, Dashiell Hammett o Mickey Spillane (e proprio su riviste pulp come Black Mask, di cui ti ho parlato qualche tempo fa). Canovaccio consolidato ulteriormente anche nel mondo del fumetto da opere peculiari come, tanto per dirne una, Sin City di Frank Miller (non a caso il primo story-arc con Marv protagonista, The Hard Goodbye, si rifà sin dal titolo al classico Chandleriano The Long Good-Bye e percorre una trama molto simile a questa prima storia di Blacksad: morte di una femme fatale, conseguente ricerca del colpevole da parte dell'amante, scoperta dell'assassino come intoccabile appartenente agli alti vertici della società).


La forza della serie sta soprattutto nell'antropomorfismo molto "realistico" dei vari personaggi (non in stile cartoon, insomma) che se da una parte dona una maggiore profondità a tutti gli interpreti in scena delineandone aspetti peculiari e difetti, è vero anche che dall'altra, allo stesso tempo, ne svela immediatamente vizi e virtù (a prescindere, se uno dei personaggi è un rettile, viene naturale non aspettarsi da lui nulla di buono). Tra tutti vanno citati  proprio il detective "felino" protagonista John Blacksad o l'ispettore di polizia Smirnov con le fattezze di un pastore tedesco. L'altro punto fermo, per quanto se ne sia già detto, sta nei disegni di Guarnido che qui fa davvero un lavoro superbo (tavole come quella qui sotto dovrebbero aprirti gli occhi nel caso ce ne fosse bisogno).


Nonostante la mancanza di particolari colpi di scena o di una tensione sempre tenuta pacatamente a freno, stiamo parlando comunque di una storia solida e scorrevole, priva di intoppi o cadute di stile. Una premessa importante per una serie a fumetti che mostrerà il meglio nelle avventure a seguire. Ma una buona lettura in ogni caso.

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