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1.2.18

Un'altra cosa che non ti ho detto...

L'ultimo post risale addirittura alla fine di agosto dell'anno scorso, mi rendo conto. Lì ti mettevo al corrente del fatto che raramente avrei rimesso mano al blog, proprio per via della mia nuova condizione lavorativa.
Va bene il "raramente", insomma, ma non avrei mai immaginato potessero passare più di cinque mesi tra un post e l'altro.
La questione è che, ovviamente, a parte il poco tempo a disposizione, ho rallentato anche su tutte quelle che sono le mie principali passioni. Leggo e compro molti meno fumetti di ieri (ma tanti meno), leggo più o meno sempre lo stesso numero di libri, guardo un po' più serie televisive (la cosa si concilia con il fatto che dalla 11 di sera in poi sono abbastanza libero anche da certi doveri familiari).

Ma una cosa che ancora non ti ho detto è che dall'anno scorso, dall'inizio di luglio, più o meno, un'altra grossa novità si è presentata alla porta.
Stanca di aspettare l'occasione buona per rifarsi una nuova identità lavorativa come psicologa del lavoro, mia moglie ha preso una decisione: insieme ad una sua ex collega hanno aperto, a Collegno, dove viviamo, una libreria per bambini dedicata anche alle famiglie.



Hanno tracciato un percorso ben definito, preso mazzate, studiato, intrecciato relazioni, affrontato imprevisti e investito quei due spiccioli che avevano. E così è nata Pandizenzero - Libreria per Bambini e Spazio famiglie: libri, giochi (quelli belli della Djeco), ammennicoli vari (Mr. Wonderful), feste di compleanno e corsi di formazione realizzati con cura: dalla preparazione al parto alla pet therapy, da "gioco e movimento" ai laboratori sensoriali. Potrei essere invidioso, se non fosse che ho visto nascere questo progetto, investendo tanta fatica fisica per arrivare in tempo al giorno dell'apertura e curandone (ovviamente!) tutta la comunicazione, dal materiale promozionale alle illustrazioni che accompagnano le varie attività.



Ovviamente non sto mancando di approfittare della situazione. Nessuno mi toglie il piacere di fare un salto da quelle parti quando voglio, sedermi con calma e leggere a sbafo quello che mi va.
Fino a qualche tempo fa, non ho mai comprato albi illustrati di questo tipo, se non per mio figlio. Quindi non posso dire di esserne stato particolarmente appassionato. Ma da quando ho avuto la possibilità di scoprire questo mondo (e da quando ho cominciato ad interessarmente per lavoro), ho scoperto tanti piccoli e grandissimi capolavori illustrati.

Questo è tutto, insomma. La speranza, nel frattempo, è che tra una novità e l'altra ci si possa presto rimettere finalmente in piedi, dopo una situazione un po' difficile che è durata fin troppo (esperienza che, te lo dico con il cuore in mano, tutti dovrebbero fare per capire un bel po' di cose).

Così come spero di trovare un po' più di tempo per scrivere qualche post in più e tornare a fare quattro chiacchiere con te.
Stammi bene, intanto.

31.8.17

Parte l'IVA e chi l'ha partita sono io

Di riffa e di raffa, mi rendo conto che sono quasi tre mesi che non metto mano al blog. E visto che non sono morto, non mi sono preso delle lunghissime vacanze e non ho vinto una cospicua somma di denaro che mi consentisse di cambiare stile di vita, il motivo vero e proprio è da ritenersi uno soltanto (molto classico, tra l'altro): mancanza di tempo.

Dopo un lungo periodo di "stasi" è dallo scorso maggio, infatti, che l'Agenzia delle Entrate mi ha stampigliato una serie di numerini sulla schiena e mi ha ributtato per strada con un calcio nel sedere, così come la tradizione cinematografica western tratta gli ubriaconi molesti e senza soldi nei saloon.
Ho un numerino tutto mio che comincia con degli "1" e dei "6" e che mette al corrente il mondo (e me, prima di tutto) del fatto che ora sono, a tutti gli effetti, un libero professionista. Una piccola azienda. 


E ho aspettato fin troppo. In un mondo giusto (un mondo dove mi sarebbe piaciuto essere più scaltro e intraprendente), questo passo avrei dovuto farlo almeno una decina di anni fa. Ma mi rendo conto che ci sono state delle cose, di mezzo, che hanno minato la mia lucidità.

Nuovo amichetto di cui non si poteva proprio fare a meno.

Sia ben chiaro. Non parto da dieci. Nemmeno da zero, per carità. Diciamo che parto da quattro, ecco. Per me, come per quasi chiunque, è un autentico salto nel buio. Rischioso e macchinoso. Un po' spaventoso. Alle prese con un aspetto, quello di trattare direttamente con scartoffie e persone, del quale non mi ero quasi mai dovuto preoccupare e che in parte, nelle mie precedenti esperienze lavorative, mi era stato precluso solo Dio sa perché.

La pubblicità e la grafica continueranno a tenere banco e a darmi da mangiare ancora per parecchio, immagino (se tutto va bene). Ma ho anche un nuovo obiettivo: quello di cominciare finalmente a fare quello che più mi piace. Sai quella domanda, un po' così, che ti viene fatta sin da bambino?

"COSA VUOI FARE DA GRANDE?"

Dopo l'astronauta, il pilota di formula uno e il disegnatore di fumetti, sono entrato nella fase adulta e problematica e ho cominciato a lavorare da subito (avevo vent'anni) non trovando più il tempo di rispondere davvero a quella domanda. La grafica e l'illustrazione sono sempre state una grandissima passione, ma mi sarebbe sempre piaciuto spingermi oltre e provare soddisfazione in quello che facevo.

Adesso ho capito che a quella domanda non posso rispondere in modo inequivocabile. Perché mi piacerebbe fare tante cose, tutte diverse. Stili, generi, colori, composizioni. Creatività per la pubblicità, progettazione grafica per l'editoria, illustrazione vettoriale, disegni per bambini e ragazzi, character design. Saltare da uno all'altro quando ne ho più voglia.
Non sono mai stato monotematico. Fino a ieri la consideravo la mia croce, perché questa cosa non mi permetteva di prendere una strada ben precisa. Oggi ho deciso che forse è la mia ancora per la salvezza. Perché rimanere seduto su una sola sedia, mi annoierebbe a morte.


In generale, insomma, per ora non vedo bianco, davanti, ma nemmeno nero. Vedo grigio? Diciamo che vedo grigio.

Ma sai una cosa? Va bene così, per ora.
La macchina è in rodaggio e si sono già fatte sentire delle spaventose fasi alterne com'è normale che sia: ho passato giorni a passeggiare per i viali con mio figlio o a contattare aziende ed agenzie e altri segregato invece in casa dalla mattina alla sera, domeniche comprese. E la cosa mi spaventa su entrambi i fronti. Ma nonostante la situazione economica non sia ancora per nulla stabile, devo ammettere che gestire i propri tempi e muoversi per casa propria senza avere cartellini da timbrare al mattino, è una libertà che non ha prezzo. MAI.

Spero di avere presto il tempo di farmi risentire qui, ogni tanto.
Ho nostalgia di certi giorni d'autunno.

Un abbraccio.
Stammi bene.

23.10.15

Spudorata autopromozione


Forse ti ricordi, o forse no, che mesi fa è successo che ho perso il lavoro come migliaia e migliaia di altre persone in questo mondo infame. Da allora mi sono rimboccato le maniche e ho cercato di capire (e lo sto ancora facendo) cosa fare davvero del resto della mia vita. Mi piacerebbe dirti che in questo ultimo anno io mi sia rilassato e riposato, che abbia avuto il tempo di riflettere sulle mie scelte future. Ma invece, al contrario, non mi sono fermato un attimo (della qual cosa, come capirai, non posso certo lamentarmi, visto mutuo e famiglia da tenere su).

In ogni caso, tra un pensiero e l'altro, visto che quello che faccio è il grafico (sono un "art grafico", per chi mastica un po' di più l'argomento), ho dovuto radicalmente dare forma alla mia "immagine".
Questo dovrebbe essere il mio mestiere, quello che faccio da oltre 22 anni. E in realtà è quel che so fare e basta (e purtroppo la cosa suona anche come una mezza condanna, in questo periodo).


Di cose ne ho fatte tante e in tutte ho sempre cercato di restituire una certa continuità, così come all'immagine che davo di me stesso. Ecco quindi che ho realizzato tutta una serie di materiali autopromozionali che mi sono serviti (e mi serviranno ancora) per far sapere al resto del mondo chi sono, cosa faccio e come. E' un'esigenza che nasce appunto dalla mia ricerca di un lavoro in pianta stabile, anche se una serie di collaborazioni da freelance con agenzie di un certo spessore (tra Milano e Torino), mi spingono sempre più verso la vita randagia del lavoro autonomo.

Purtroppo (ma anche no) non ho vinto nessun Leone a Cannes per la comunicazione e quindi mi ritrovo costretto a fare uso dei normali mezzi promozionali, così come farebbe ogni buon artigiano. Bigliettini da visita, carta intestata, un pieghevole A4 a tre ante con il mio CV, una presentazione, le mie esperienze lavorative, gli strumenti di lavoro, gli interessi, i contatti.




L'anta di destra è fustellata con due taglietti, in modo da inserire
il bigliettino da visita tra le dita dell'illustrazione.



Spero di aver fatto un buon lavoro e che i vari materiali restituiscano tutto l'amore che  ho ancora il coraggio di provare per un mestiere del genere. Spero che si capisca il livello di professionalità della quale mi sono "macchiato" in tutti questi anni e che ho sempre inseguito il credo che vuole la semplicità (e l'eleganza) vincere sempre e comunque.

E spero vivamente di tenere lontano allo stesso tempo chi crede di poterti chiedere un certo tipo di servizio, professando il proprio ruolo da esegeta della comunicazione, per poi uscirsene con macchinazioni farlocche da accademia della crusca. Quelli cresciuti professionalmente tra gli anni '80 e '90, insomma, periodo dove in questo campo quasi tutto era concesso, e che oggi credono di stare al passo con i tempi solo per via degli "anni" che hanno sul groppone.

Quello proprio no. Piuttosto prendo il patentino per guidare i tram.

13.10.14

Le 13 cose che Steve Jobs ha insegnato a qualcun altro (ma apri bene le orecchie pure tu)


Ora. Se passi spesso da queste parti, sai bene che Steve Jobs non è mai stato un mio personale modello di riferimento. Anzi. Ho sempre pensato che la cosa che gli riusciva meglio era capire cosa volevano le persone (la massa?) e cercare di accontentarle, ma senza compromessi. Jobs era un ottimo venditore e un buon perfezionista. Sapeva come tirar fuori il meglio dalle persone colpendole sulla nuca. Sfida che non tutti accettano. E proprio per questo, forse, rimaneva accanto a lui solo chi accettava quella sfida.


Uno di questi è stato Guy Kawasaki, nella foto qui sopra. Kawasaki oggi ha 57 anni, si occupa di investimenti nella Silicon Valley e ha contribuito al successo di Apple nei primi anni '80. Per circa quattro anni lavorò quindi a stretto contatto con Steve Jobs in persona. Qualche tempo fa ha stilato una lista di 13 punti. 13 lezioni importanti che dice di aver appreso da Jobs.

Dopo aver letto questi 13 punti (che ti riporto pari pari qui sotto da un articolo de Il Post), devo ammettere che Jobs mi sta un pochino più simpatico. Anche solo perché nei 13 punti qui sotto, non sbaglia niente (con le dovute proporzioni, ovviamente).

Qualsiasi sia il tuo mestiere, che tu abbia lavorato in una piccola realtà o presso una grande azienda, in questi 13 punti ritroverai cose, persone e situazioni note. E questo la dice già lunga su tutta la storia.



1. GLI ESPERTI NON NE SANNO NIENTE.
Giornalisti, analisti, consulenti, banchieri e guru non sanno fare e quindi danno consigli. Ti sanno dire che cosa c’è che non va nel tuo prodotto, ma non sono capaci di farne uno. Ti possono dire come vendere qualcosa, ma non sanno vendere. Ti possono spiegare come creare grandi gruppi di lavoro, ma sanno gestire a malapena una segretaria. Per esempio, gli esperti ci dissero che i due principali difetti del Macintosh a metà anni Ottanta erano la mancanza del supporto per una stampante a margherita e l’assenza di Lotus 1-2-3; un’altra perla fu il suggerimento di acquistare Compaq. Questo è quello che dicono gli esperti, ma non bisogna sempre dargli retta.

2. I CLIENTI NON SANNO DIRTI CIÒ CHE VOGLIONO. 
“Ricerca di mercato Apple” è un ossimoro. Il focus group di Apple era l’emisfero destro del cervello di Steve che parlava alla metà sinistra. Se chiedi ai clienti che cosa vogliono, te lo diranno: «Migliore, più veloce e meno caro». Ma una cosa monotona migliorata non ha nulla del cambiamento rivoluzionario. I clienti sanno solo descrivere i loro desideri in termini di ciò che stanno già usando: nel periodo in cui fu introdotto il Macintosh, tutti dicevano di volere computer con MS-DOS migliori, più veloci e meno costosi. La cosa migliore per una startup è creare un prodotto che tu vorresti usare: è quello che hanno fatto Steve e Wozniak.

3. L'IMPORTANZA DEL BALZO IN AVANTI.
I grandi cambiamenti si verificano quando vai oltre la monotonia. I migliori produttori di stampanti a margherita avevano iniziato a introdurre nuovi caratteri con diversi corpi. Apple introdusse un balzo in avanti: le stampanti laser. Pensate a quelli che raccoglievano il ghiaccio, alle aziende che lo producevano e a quelle che fanno frigoriferi. Ghiaccio 1.0, 2.0 e 3.0. Raccogliete ancora il ghiaccio durante l’inverno da un pozzo ghiacciato?

4. PIÙ È GRANDE LA SFIDA PIÙ LA QUALITÀ DEL LAVORO MIGLIORA.
Ho sempre lavorato col timore che Steve potesse dirmi che io non fossi bravo o che il mio lavoro non valesse niente. Questo timore era una grande sfida. Competere con IBM e Microsoft era una enorme sfida. Cambiare il mondo era una grande sfida. Io e gli impiegati di Apple, prima e dopo di me, abbiamo fatto il nostro meglio perché dovevamo dare il massimo per affrontare le grandi sfide.

5. IL DESIGN CONTA.
Steve ha fatto impazzire diverse persone con le sue richieste sul design: alcune sfumature di nero non erano nere abbastanza. I comuni mortali pensano che il nero sia nero, e che un cestino sia un cestino. Steve era un vero perfezionista - un perfezionista “oltre la sfera del tuono” - e aveva ragione: alcune persone hanno a cuore il design, mentre molte lo notano appena. Magari non tutte, ma quelle importanti.

6. NON PUOI SBAGLIARE CON GRANDI GRAFICI
E GRANDI CARATTERI.
Date un’occhiata alle slide di Steve. Il font è in corpo 60. C’è in genere una grande schermata o un grafico. Ora pensate alle presentazioni che fanno gli altri che si occupano di tecnologia, anche di quelli che hanno visto come faceva Steve. Usano caratteri con corpo 8 e non ci sono elementi grafici. Molte persone dicono che Steve fosse il più grande presentatore di nuovi prodotti… non viene da chiedervi come mai poche persone copino il suo stile?

7. CAMBIARE IDEA È SEGNO D'INTELLIGENZA.
Quando Apple consegnò il primo iPhone, non c’erano le applicazioni. Le app, decretò Steve, erano una cattiva idea perché non sapevi mai che cosa potessero fare al tuo telefono. Introdurre applicazioni web all’interno di Safari era l’unica possibilità presa in considerazione, fino a quando sei mesi dopo Steve decise - o qualcosa lo convinse - che le app fossero la giusta cosa da fare. Apple percorse molta strada in poco tempo arrivando al suo celebre slogan “there’s an app for that” (“c’è un’applicazione per ogni cosa”).

8. IL VALORE È DIVERSO DAL PREZZO.
Miseri voi se decidete di basare tutto sul prezzo. Miseri ancora di più se decidete di competere solo sul prezzo. Il prezzo non è tutto ciò che conta: quello che conta, almeno per un po’ di gente, è il valore. E il valore comprende nel conto la preparazione, l’assistenza e la gioia intrinseca di utilizzare il miglior strumento esistente. Possiamo dire che nessuno compra i prodotti Apple in virtù di quanto è basso il loro prezzo. 

9. I GIOCATORI DI SERIE A ASSUMONO GIOCATORI DI SERIE A+.
Steve era convinto che i giocatori di serie A dovessero assumerne altri sempre di serie A, quindi con la stessa abilità. Io ho rifinito questa impostazione: la mia teoria è che quelli di serie A debbano trovare gente migliore di loro. I giocatori di serie B assumono quelli di serie C così da potersi sentire superiori, e questi ultimi ne assumono di serie D. Se inizi con l’assumere quelli di serie B, aspettati una “esplosione di asini” nella tua azienda, come diceva Steve. 

10. DIMOSTRAZIONI DEL CEO.
Steve Jobs era in grado di mostrare come funzionavano gli iPad, gli iPod, gli iPhone e i Mac per un paio di volte l’anno a milioni di persone nel corso delle sue presentazioni. Perché tanti amministratori delegati (CEO) chiamano sul palco i loro vice o altri dirigenti per fare le dimostrazioni? Forse per dimostrare che c’è uno sforzo collettivo dietro un prodotto. O forse perché il CEO non sa o non capisce fino in fondo che cosa fa la sua società e non riesce a spiegarlo. Non è patetico?

11. IMPEGNO DIRETTO DEL CEO.
Forse il prodotto non era perfetto tutte le volte, ma era sempre notevole a sufficienza da poterlo distribuire. In questo Steve ci ha insegnato a non apportare ritocchi per il gusto di farlo. Lui aveva un obiettivo: dominare sui mercati esistenti o crearne di nuovi a livello globale.

12. MARKETING.
Pensate a un quadrato diviso in quattro quadrati più piccoli. L’asse verticale misura quanto il vostro prodotto è diverso da quello della concorrenza. L’asse orizzontale misura il valore del vostro prodotto. In basso a destra: di valore ma non unico, richiede un prezzo concorrenziale. In alto a sinistra: unico ma non di valore, sarete i primi in un mercato che non esiste. In basso a sinistra: non unico e non di valore, siete un asino. In alto a destra: unico e di valore, ed è qui che avete margini di guadagno e potete fare la storia.
Per esempio: l’iPod era unico e di valore perché era il solo modo per scaricare musica legalmente, a basso costo e facilmente dalle principali etichette discografiche. 

13. BISOGNA CREDERE IN ALCUNE COSE PER POTERLE VEDERE.
Quando cerchi di fare balzi in avanti, di sfuggire o ignorare gli esperti, di affrontare grandi sfide, di essere ossessionato dal design e di focalizzare l’attenzione sul valore unico di un progetto, dovrai convincere le persone a credere in quello che stai facendo per far fruttare i tuoi sforzi. Le persone hanno dovuto credere nel Macintosh per vederlo diventare realtà. E lo stesso vale per l’iPod, per l’iPhone e per l’iPad. Non tutti ci crederanno, ma va bene così. Il punto d’inizio per cambiare il mondo è cambiare le idee di pochi. Questa è la più grande lezione che ho imparato da Steve.

3.2.12

Cose fatte e cose da fare

E' venerdì. Il freddo e la noia avanzano. Sta diventando sempre più difficile riuscire ad arrivare al lavoro in orario. La neve sta seppellendo la voglia di fare. Le strade ghiacciate ti costringono ai dieci all'ora in auto. La gente impazzisce e le strade si intasano. Il comune di Torino distribuisce sale nei viali giusto per insaporire l'asfalto. Ma questa situazione è destinata a passare e sono pronto a scommettere che, in fondo in fondo, a me dispiacerà. E io non ho nessuna voglia di cercare immagini, ed ecco quindi, forse per la prima volta su questo blog, un bel post lungo, pieno solo di tante parole che cercano di dare risposta ad una sola domanda:

Cosa ho fatto, cosa sto facendo e cosa farò?

Al di là dei toni smaccatamente tragici, la risposta breve sarebbe: Troppe cose e troppo poche comunque. Ma voglio scendere un po' nei dettagli. Ecco:

Sto cercando di organizzare una serie di lavori legati alla progettazione di libri, che abbiano come unico scopo, solo per ora, quello di realizzare un finto book personale da mostrare in giro. Perchè sono stanco di avere a che fare con persone che ti chiedono cose bizzarre. Sono stanco delle gabbie grafiche fisse e dei numerini sul dorso dei volumi. Ogni libro è una storia a sé.

Un'illustrazione che farà da immagine guida ad una serie di eventi legati ad una grossa multinazionale italiana. Dopo due giorni e tre notti di fila a lavorarci per stare nei tempi, ho lavorato altre tre per cercare di mettere una pezza alle idee del cliente che cambiavano di continuo. Dopo la terza mi sono rifiutato a malincuore di andare avanti, disconoscendo la paternità dell'illustrazione in questione che stava cambiando troppo e assomigliava sempre meno alle cose che faccio e che mi piace fare. Visto che sono stato contattato da loro, mi sembrava il minimo pensare che io fossi stato scelto proprio per via del mio stile. Snaturare il lavoro per il quale ero stato scelto, non mi è andato giù. Abbiamo trovato un compromesso con l'agenzia che sta organizzando gli eventi e le modifiche che sono giunte anche dopo, sono state apportate da loro. Morale della favola, sarò (spero) pagato lo stesso, ma io non posterò nemmeno qui sul blog il risultato finale.

Devo assolutamente richiamare un contatto di Milano che lavora per un noto marchio editoriale. Questa persona mi aveva chiesto delle prove per delle illustrazioni. L'aveva fatto a luglio scorso e io ho rinviato perchè ad agosto io e mia moglie avremmo sfornato un bel bambino. Questa persona me l'ha richiesto a ottobre e io ho rinviato perchè eravamo con gli scatoloni in casa e con un trasloco impellente. Ora è febbraio, non ho più scuse e spero che la persona sia ancora interessata (scusa, Marika).

Devo contattare un paio di editori di Torino e un paio di fuori Torino per proporre dei progetti. Presumo che per loro, come per altri in passato, non se ne voglia sentir parlare di cura editoriale o di qualità del prodotto. E anche con loro dovrò incazzarmi quando mi chiederanno di realizzare delle copertine ma con un disegno come se fosse fatto a matita, come mi è stato già chiesto da un altro grosso editore che ho avuto l'ardire, perdonatemi, di mandare a fare in culo.
Questo non perchè io sia un duro o perchè prediliga strade impopolari, ma perchè ho le spalle coperte. Un lavoro fisso ce l'ho già e se quello che faccio da casa deve diventare un secondo lavoro, preferisco appunto mandare a fare in culo. Grazie. Spero che sia molto, molto chiaro.

Devo cercare di capire, appena possibile, come funziona Society6. Perchè quello dei poster è un discorso che mi è sempre interessato molto.

Continuo a portare avanti con tanto amore questo blog e il mio tumblr (almeno quattro aggiornamenti giornalieri, ma tutti programmati, che mica c'ho tutto 'sto tempo). Aggiorno di volta in volta le mie gallerie su Behance, quelle su Flickr il mio sito ufficiale e il mio profilo LinkedIn. Continuo a rifiutarmi di aprirne uno su Facebook e quando un paio di mesi fa stavo attivandomi anche con Twitter, ho scoperto che in Italia è scoppiata improvvisamente la moda di usarlo e ho fatto marcia indietro.
Una presenza su internet comunque massiccia che nel tempo mi ha portato qualche contatto, ma davvero roba di poco conto. E non so per quanto avrò voglia di continuare.

Ho tirato delle somme. E ho capito che da quando lavoro come illustratore, le persone con le quali ho lavorato meglio, erano quelle di Minimum Fax. Avrei fortemente apprezzato un po' più di sincerità e riguardo da parte loro e meno spocchia e più piedi per terra da chi lavora per loro. Ma non posso lamentarmi troppo. Sono stati il mio trampolino di lancio e sono stati i primi a credere nelle mie cose. A loro, in ogni caso, va la palma d'oro per la professionalità e per la puntualità nei pagamenti.

Quelli con i quali ho avuto maggiore libertà creativa sono stati quelli di Rockerilla Magazine, per il quale ho realizzato una copertina, una campagna pubblicitaria e una serie di t-shirt. Peccato che sia servito a poco o nulla perchè non ho mai visto l'ombra di un soldo. E potevate pure sforzarvi poco poco, eh. E che cazzo! Capita l'antifona, dopo le t-shirt sono sparito nel nulla. E loro nemmeno mi hanno più cercato. Complimenti vivissimi.

Anche con La Stampa - TuttoLibri mi sono sempre trovato bene. Fino a quando però, hanno deciso che era il caso di tagliare le spese superflue. E indovinate un po' cos'hanno tagliato per primi. Bravi. Gli illustratori.

Altra palma d'oro bella spessa per quelli che mi hanno lasciato (e mi lasciano tuttora) fare quello che voglio, a coloro i quali si sono sempre fidati del mio lavoro senza mai un appunto: quelli di Internazionale. Funziona che mi chiamano, mi chiedono un paio di illustrazioni a corredo di un articolo (che mi inviano via mail in anteprima in italiano o in inglese) e mi danno qualche giorno. Io spedisco il tutto a chi di dovere e loro nemmeno mi rispondono. Illustrazioni inviate, illustrazioni stampate. Pagamento senza battere ciglio. Un grazie grosso come una casermone.

Andiamo avanti. Cambiamo genere.

In passato ho scritto fumetti. Nel 2001 ho creato e sceneggiato una serie di ambientazione ottocentesca (titolo: Von Ryan) per le Edizioni Orione di Torino. Per la prima miniserie erano previsti un numero zero più quattro albi. Si arrivò solo fino al numero 2 perchè la casa editrice chiuse i battenti e tutti i suoi membri presero strade diverse. Qualche anno dopo, il grande Alfredo Castelli creò la serie Storie da Altrove dove si trattavano da vicino molte delle tematiche che volevo affrontare in Von Ryan. Ma di questo parlerò poi in un apposito post.

Anni dopo scrissi una sceneggiatura a fumetti intitolata Fiammiferi. Si parlava di otto personaggi di nazionalità diverse, sopravvissuti per miracolo ad un disastro aereo, costretti a vivere su un'isola deserta dove accadevano strane cose (il fantasma di una bambina, un pianista con la testa di alce e altre assurdità varie). La tenni nel cassetto. Un paio di anni dopo esordì la serie Lost di J.J. Abrams.

Tempo dopo scrissi un paio di soggetti per la serie Dampyr. (uno incentrato sulla figura della contessa sanguinaria Elizabeth Bathory, l'altro ispirato a La Maschera di Innsmouth). Inviai il plico direttamente a Mauro Boselli il quale mi chiamò nemmeno una settimana dopo mentre ero al lavoro (che quasi non ci credevo, che fosse lui). Mi fece i complimenti per come erano scritti i soggetti e mi fece qualche appunto. Mi incoraggiò non poco a riprovarci presto, ma tenendo più in considerazione certe tematiche della serie piuttosto che altre. Tutto contento pensai subito a delle nuove storie che non misi mai su carta e con il tempo lasciai perdere. Bravo coglione! Magari adesso stavo facendo altro. E invece no, non so nemmeno io perchè non riprovai. Fose è il caso di farlo ora. E in effetti sto aspettando che un noto personaggio bonelliano sveli meglio il proprio futuro per cercare di scriverne un paio di soggetti.

Poco dopo scrissi una sceneggiatura di una storia, provvisoriamente intitolata The Characters, che riguardava uno scrittore fantasy (che non amava scrivere di fantasy), i suoi spettri e la ricerca di un padre scomparso su una nave misteriosamente mai arrivata a New York. Volevo proporla a qualcuno, tipo alla giovane Tunué o chi per essa. Lasciata nel cassetto per anni. Tempo dopo ho ritrovato molte di quelle idee nella serie Vertigo Unwritten scritta da Mike Carey.

Quante idee. Quante storie. Belle o brutte, sempre idee, sempre storie.

Questo non per dire che sono un imbecille sfigato che ha lui le più grandi idee in circolazione e che gli altri gliele fregano. Ma per sottolineare che le idee sono nell'aria, girano e rigirano sulle nostre teste come avvoltoi. E vince chi le afferra per primo. In effetti sembra che sia più importante cavalcare l'onda che la natura intrinseca stessa della tua idea.

E non sto a parlare di quelle che ho scritto ma che rimangono lì, in una directory qualsiasi del mio hard disk, in una cartellina che ne raccoglie mille altre dai nomi improbabili: Citizen Stone, Lovern Helvs, Marn & Lorem, Manfred Von Richthofen, Orson, Pearls & Coffee, Stanza numero 7, American Garage. Tutte con tanto di documentazione allegata, foto di location, facce di riferimento, mappe geografiche.

E non parlo nemmeno di un romanzo di duecento e passa pagine che ho scritto durante le mie pause pranzo da un'ora e mezzo per un anno intero, tra il 2003 e il 2004. Titolo provvisorio: Un Minuto. Lo finii che ne ero davvero fiero (anche solo per aver portato a termine una missione così monumentale) e continuai a correggerlo fino a creare tre stesure successive.

Oggi mi fa ridere, ma ecco come cominciava:
Ricordo i primi anni settanta e ricordo il primo freddo di ottobre.
Alle cinque di quella mattina la quiete fu improvvisamente stroncata da un colpo d’arma da fuoco. Qualche minuto dopo mia madre entrò di corsa in camera mia e mi alzò di peso dal letto trascinandomi in soggiorno. Nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo e lei mi aveva già infilato alla buona la camicia e i pantaloni che portavo la sera prima.
Dai suoi gesti veloci sembrava essere accaduta una tragedia. Mi stropicciai gli occhi tentando inutilmente di far scomparire i pallini rosa che vedevo ovunque. Dovetti ammettere a me stesso che la situazione cominciava a spaventarmi e quando mia madre se ne accorse si fermò, si piegò sulle ginocchia, poggiò entrambe le mani sulle mie spalle minute e prese a fissarmi.
Mi quietò con lo sguardo e mi disse di stare tranquillo, che non dovevo preoccuparmi. Ma che dovevamo andare via, di corsa.
Afferrò due borsoni da viaggio e prese in braccio anche me. Scendemmo al piano di sotto, giù attraverso il corridoio, la cucina, la porta sul retro. La chevy del ’53, l’orgoglio di mia madre, era lì e sembrava attendere solo noi per partire, finalmente.
Quanti ricordi.

Forse però è ora di smetterla di avere paura.

Di rimboccarsi di nuovo le maniche. Che dite?

Ah. Questo post rimarrà qui fino a martedì. Per settimana prossima vi aspettano poi altre cose: Una divertente disquisizione in tre parti, liberamente tradotta da me da
Come rubare come un artista, un articolo scritto da Austin Kleon, scrittore e autore Texano. E poi una digressione e una riflessione su un paio di generi e sottogeneri letterari sui quali mi è capitato di riflettere dopo la lettura di un ciclo a fumetti di Conan il Barbaro e del primo racconto in ordine cronologico firmato da Robert Erwin Howard. E lì si fa pure un po' di storia della letteratura fantastica. E poi, come al solito, tante Cose buone dal Web, alle quali questo blog vi ha ormai abituati.

Buon fine settimana, gente.

15.7.11

Life in a Pixar


Un giorno di lavoro qualunque di John Lasseter.
Chi è che aveva detto che non esistono i paradisi lavorativi?


11.4.11

Perché i fumetti non pagano?


Mi piace pensare che tra me e Andrea Queirolo (di Conversazioni sul Fumetto) stia nascendo un rapporto via mail fatto di reciproci scambi, di input e cose interessanti da leggere. E' già capitato in effetti che lui mi inviasse cose da vedere. E pochi giorni fa ho ricambiato segnalandogli un articolo comparso sul The Village Voice e che, guarda un po', parla proprio degli amati fumetti. In particolare prende in esame la domanda: Se i fumetti sono così importanti, perché non pagano?

Andrea ha preso spunto per ricamarci sopra una bella riflessione, riportando anche i fatti così come sono. La discussione è di quelle che si sono viste più volte in giro per la rete. Ma il punto sta nel fatto (secondo il mio modesto parere) che non tutti capiscono, o intenzionalmente NON vogliono capire, che se non sei bravo è anche giusto che tu non venga pagato come uno che lo è, punto e basta (ma c'è anche da specificare che un autore di fumetti non è bravo o scarso a seconda dei soldi che raccoglie, altrimenti siamo ancora ai tempi delle caverne e delle clave).
E questo non è certo il caso dei nomi che si fanno nell'articolo. Lì addirittura viene fuori che celebri cartoonist come Tony Millionaire o Jessica Abel non riescano a vivere solo di fumetto (e se due autori del genere non riescono a camparci, buona camicia a tutti).

Ho lasciato un commento al post di Conversazioni sul Fumetto (post che trovate qui) e lo riporto di seguito uguale uguale, nella speranza che possa nascerne una discussione interessante (magari proprio sul blog del buon Andrea).

Ecco. Ci sarebbe da capire “perchè” e “per chi” il fumetto è importante e se questo dovrebbe bastare per dare beneficio ad un settore di mercato che, in questo caso, continua purtroppo ad essere solo di nicchia. L’impressione, in ogni caso, continua ad essere che il fumetto sia MOLTO importante per chi lo fa e per chi lo legge, ma che la cosa si ferma lì. E da un cane che si morde la coda, viene un po’ difficile credere che possa venire fuori una buona dose di moneta sonante. A meno che tu non abbia un nome, ma se hai quello significa che sei uno degli eletti. E fortunatamente, nel fumetto, se lo sei è perchè lo meriti. Puoi anche essere aiutato tanto dal fantastico mondo del “marketing” e delle marchette, ma se NON sei bravo, non ti leggono. Mi spiace constatare (mi piange proprio il cuore, a dire il vero) che personaggi come Jessica Abel o Tony Millionaire non riescano a viverci, di quello che producono, ma c’è anche da dire che non sono tra gli autori più prolifici che ci siano sulla scena e che (nel caso di Jessica) abbiano fatto anche della scelte molto coraggiose e difficili (il suo bellissimo “Radio: An Illustrated Guide” la dice lunga sulla differenza tra chi i fumetti li fa per “mestiere” e chi per vera e propria “vocazione”). Ecco perchè se ne parlerà per sempre. Anche se spero, come tutti, che le cose possano davvero cambiare. Anche solo un passettino alla volta.

Insomma, capisco benissimo i grandi timori di chi possa voler dedicare la propria vita a questa stupenda forma d'arte, ma probabilmente bisognerebbe davvero prendere in considerazione se dedicarsi completamente ad essa consci del fatto che, economicamente, potrebbe non portare da nessuna parte.

6.4.11

A proposito di Simone Perotti...

Dopo la scoperta di Simone Perotti (delucidata qualche post addietro), si sono scatenate una serie di discussioni tra mariti, mogli e amici, in alcuni casi leggere e interessate e in taluni altri più accalorate (rasentando la ferocia:)

Che cosa è successo? Per quanto io abbia abbracciato la filosofia di fondo che il buon Simone spiega nei video e nelle interviste che lo riguardano, devo ammettere che qualche dubbio sulla possibilità oggettiva che chiunque possa girare pagina senza voltarsi indietro come ha fatto lui, ce l'ho avuto. In buona fede, però, ho continuato a credere fermamente nel suo messaggio. Forse proprio perchè avevo paura, probabilmente, di scoprire che invece quella stessa filosofia affondasse le radici in un terreno impervio e poco solido. E mia moglie, in questo senso, mi ha aperto gli occhi con un punto di vista diverso sulla faccenda.

Cercherò di spiegarmi meglio.

Tra le persone che conosco, molti si sono chiesti quanto il discorso di Simone potesse davvero valere per chi, diversamente da lui, avesse moglie e figli. E per chi, sempre diversamente da lui, lavorasse in catena di montaggio (per fare solo un esempio) invece di avere la possibilità e le capacità di scrivere libri e articoli abbisognando praticamente solo di una connessione internet.
Questo perchè l'autore ad un certo punto parla di uscire dalle dinamiche del lavoro, dai suoi tempi e da tutte le condizioni che di conseguenza ne derivano.

Qualcun'altro si è anche chiesto se, giustamente, dal suo punto di vista (quello di Simone), non sia un po' troppo semplicistico parlare di certi argomenti, avendo alle spalle una situazione economica solida, dopo tanti anni passati come manager di questa o quell'azienda. Ancora qualcun'altro ha ipotizzato che molte delle basi che pone Simone, possano crollare come un castello di carta, semplicemente accollandosi un mutuo per acquistare anche solo una piccola casetta da qualche parte. Ci sarebbero insomma tutti i pretesti per credere che la tanto paventata "libertà" di usi e pensieri, si assottigli come un capello di fronte a mere questioni materiali rispetto alle quali bisogna sempre e comunque fare i conti.

Così come avere la responsabilità nei confronti di eventuale prole che non potrebbe stare su a forza di lavoretti saltuari. Chiaramente ci sono quelli poveri davvero, che vivono (o hanno vissuto) con meno dei corrispettivi 800 euro di oggi e sono venuti su bene (mio nonno è venuto su a Torino dal meridione negli anni '60, senza una lira in tasca, quando fuori dalle case c'era il cartello "Casa in vendita, no meridionali"). Insomma, non so quante persone possano rimanersene tranquille e non farsi prendere da mille preoccupazioni, cercando di crescere i propri pupilli con i soldini contati nelle tasche.

Simone dice anche che tanti gli hanno scritto e hanno dato testimonianza delle proprie storie (cominciate anche prima della sua) e che, a differenza di lui, hanno appunto moglie e figli a carico. Per capire, mi piacerebbe leggerne, di queste storie. Ma per ora sul web non sono riuscito a trovare nulla di particolare.

Ricordo infine che la libertà della quale parliamo, NON consiste nell'andare a vivere in una cascina tra le montagne, ma tratta delle questioni mentali nell'atto dello slegarsi in modo perentorio e definitivo da tutte le macchinazioni e da tutte le procedure servilistiche legate al modo di vivere che la società impone (e con questo non voglio dire che siano tutte sbagliate).

E se per vivere bene non ci fosse la necessità di scappare? La questione, in definitiva, è che io continuo a credere che si possa fare, che si possa insomma "scappare", ma probabilmente non alle condizioni dettate dall'autore. E che uscire dal "giro" per entrarne in uno fatto su misura per te, non è proprio una cosa da nulla.
Non so.

P.S.: Naturalmente questa riflessione nasce spontanea e ragionata, ma sottolineo che l'ultimo libro di Simone Perotti, nemmeno l'ho letto. E conto di colmare questa falla
quanto prima.

4.4.11

Di cose davvero importanti


Il signore qui sopra che sembra Adam Sandler con la barba, in realtà è Simone Perotti. Chi è? La pagina dedicatagli da wikipedia comincia così: Nato a Frascati da famiglia ligure, Simone Perotti inizia a scrivere molto presto, a soli 9 anni. Frequenta medie e liceo scientifico presso i Padri Salesiani. A 22 anni si laurea in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", con una tesi in Letteratura contemporanea sulla struttura del romanzo fantastico. [...] Consegue un Master in Comunicazione e inizia la carriera di consulente e poi manager in agenzie e aziende italiane e multinazionali, facendo una discreta carriera. Nel frattempo continua a scrivere racconti e articoli per riviste underground e a navigare, prima come semplice appassionato, poi come skipper e istruttore di vela. Il resto potete leggerlo qui.

La questione sta tutta nel fatto che Simone, ad un certo punto della sua vita, si rompe le palle e se ne va. Scappa dalla società, dal lavoro, dalle strade di città. Dalle ansie e dalle paure delle quali ti caricano i media. Quelle che ti schiacciano a terra e ti fanno credere di non avere potere. Di farti credere che dire davvero basta, sia la cosa tra le più difficili dell'universo. Di farti credere anche che alla fine, quel cambiamento, sei davvero tu a NON volerlo.

Di conseguenza, Simone Perotti scrive un libro pubblicato da Chiare Lettere (la casa editrice de Il Fatto Quotidiano che pubblica anche Marco Travaglio). Il libro si chiama Adesso Basta - lasciare il lavoro e cambiare vita - Filosofia e strategia di chi ce l'ha fatta, che detto così sembra un manuale da Giovani Marmotte. Ma io non l'ho ancora letto e non saprei dirvi.

Il secondo libro per questo editore, attualmente nelle librerie, si intitola invece Avanti Tutta, Contro la follia delle aziende e l'inerzia dei lavoratori, dove l'autore prende più in considerazione il downshifting, tradotto in italiano con il neologismo semplicità volontaria, ovvero la scelta da parte di lavoratori - professionisti in particolare - di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali. Sicuramente è molto bello uno degli incipit del libro. Simone infatti scrive:

"Non ho detto nulla di come si vive bene 'qui fuori'.
L'ho dato per scontato. Ma non lo è. E' meraviglioso."

Non so quali siano le argomentazioni di Simone e nemmeno se il discorso è davvero valido per tutti (famiglie con figli, per esempio), ma devo ammettere che la cosa ha suscitato in me più di qualche riflessione. Soprattutto imbarazzo e fastidio. Quelli che provi quando capisci che, probabilmente, qualcosa di vero c'è. Sto passando la mia vita a credere che in realtà sia io a non avere il coraggio di cambiare. Ma se fosse davvero la società a costringermi dove sono? Quanto meno, mi incazzerei come un bastardo. Qui sotto vi riporto l'anteprima del libro Avanti tutta e, più sotto, il booktrailer realizzato proprio dall'autore. Simone gestisce inoltre il suo blog personale Piccolo Cabotaggio II.




Grazie quindi all'immancabile, onniscente wikipedia, a Simone Perotti e soprattutto a Valentina che me lo ha segnalato.

17.12.10

Dei diciottenni e dei loro sogni di marketing


In seguito ad un'indagine dell'AlmaLaurea, sembra che sette studenti su dieci (il 73%, a voler essere precisi), si dicano interessati a lavorare in futuro nell'area marketing, della comunicazione e delle pubbliche relazioni. Senza però essere adeguatamente preparati e senza sapere che la richiesta di questo specifico mercato professionale, non risponde a tutta questa domanda. Nemmeno in parte. E vorrei ben vedere. Mentre invece i settori di amministrazione e contabilità, di assistenza tecnica, di finanza, quello legale e quello dei sistemi informativi (che sembrano offrire più prospettive solide rispetto a quelle ben più aleatorie del settore marketing, appunto) creano fastidi e poco interesse in almeno un terzo del campione.

Tanti cercano soprattutto la stabilità e la sicurezza. E fin qui non ci piove. Molti mettono in primo piano l'acquisizione di professionalità rispetto alla possibilità di guadagno, prestano attenzione alla possibilità di carriera e mostrano attenzione crescente all'indipendenza e all'autonomia. E anche fin qui non ci piove.
Anzi, mi sentirei di felicitarmi con loro.


Poi, però, si dice anche che quasi quattro ragazzi su dieci pensano che l'impiego, che si intraprenderà durante la vita, debba rispondere a interessi culturali e che debba avere una qualche utilità sociale. E allora non mi ci ritrovo più. Se quattro su dieci cercano nel proprio lavoro una qualche utilità sociale (o anche degli interessi culturali), come mai poi, di quegli stessi dieci, sette vogliono dedicarsi all'area marketing?

Credo che in giro, di merda, se ne produca già abbastanza. E francamente, anche lavorandoci in mezzo, in questo settore non ci vedo nessuna utilità sociale.

Sicuri di non fraintendere? Sicuri di capire bene di cosa si parla, quando parliamo di marketing (aziendale e non) e di comunicazione? Sicuri di non aver preso un abbaglio esattamente come l'avevo preso io alla vostra età (e anche prima)?

Se smetteste di guardare Mad Men (che non è neanche una brutta serie) e vi dedicaste ad altro, non vi biasimerei. Anche perchè (mi viene da ridere) potreste essere davvero dei geni della comunicazione e del marketing ma ritrovarvi domani a pensare a come posizionare sul mercato un rasoio a tre lame. Che bello. A tutti gli altri geni, faccio il mio in bocca al lupo più sincero (e non scherzo).

L'intero articolo apparso su La Repubblica, lo trovate qui.

17.11.10

CERCASI LAVORO SERIO



Si. Proprio così. La mia prima occupazione come grafico e creativo presso la stessa agenzia di pubblicità di Torino per undici lunghi e suonati anni, mi ha ampiamente spento l'esistenza. Non riesco più a ricevere e a dare stimoli. Non riesco più a percepire l'utilità del mestiere. Sono stanco e spaesato. E mi sento solo, in questa cosa. Ogni tanto consulto Lavori Creativi e dopo è anche peggio. Mi viene da cambiare pelle come i serpenti, quando leggo che alcune agenzie che ricercano art director (junior o senior non fa differenza), richiedono ottime conoscenze di editing web o di rendering 3D. Sono stanco di leggere annunci dove si ricercano doti innate, creatività, assoluta autonomia nel concepire una campagna pubblicitaria, ma poi anche un'ottima padronanza dei software per l'impaginazione come quark x-press o adobe indesign. Ma per fare che cosa? Di che parliamo, burattini?

Ho tratto delle conclusioni. Che se proprio devo cercare lavoro prima di intraprendere la strada del professionismo autonomo, allora lo cerco presso una casa editrice. Si, direi che mi piacerebbe disegnare copertine e occuparmi anche dell'impostazione grafica. Questa potrebbe essere una strada buona e le competenze le ho tutte. Ma tra il dire e il fare devo realizzare qualcosa di buono da mandare in giro. E basta con i curriculum della minchia, che tanto l'abbiamo capito che nessuno li legge. Non è che lo penso, lo so e basta. E sappiatelo anche voi. Se volete vivere e sopravvivere in questo campo, lasciate perdere dove avete studiato, quanti anni avete e quali sono le vostre passioni. Per attirare l'attenzione vi dovete inventare delle capriole. Giochi funambolici, rocamboleschi salti nei cerchi di fuoco, il naso da pagliaccio, i tamburelli e le trottole.
Questo serve.

Se qualcuno ha qualche contatto con un grandissimo editore di Torino che possa rendermi ricco, famoso, bello e fiero di quello che faccio, bussi pure alla mia mail.

15.10.10

Cercate un lavoro come grafico?


Questa proprio non se la dovrebbe perdere nessuno. Su InfoJobs.it è comparso un annuncio per la ricerca di un grafico. Vi riporto qui sotto l'annuncio, segnalando in grassetto gli elementi più divertenti e le mie eventuali riflessioni in blu. Riflessioni venate da una incazzatura davvero atroce.

Descrizione
Titolo dell'offerta: grafico creativo junior
Categorie: Marketing, comunicazione - Pubblicità
Livello: Stagista/Tirocinante
Numero di posti vacanti: 1
Descrizione dell'offerta: un/a promettente/eccellente/stravagante e un pò matto junior Graphic Designer per progettare e realizzare ATL e BTL per i nostri Clienti.
E fin qui, poco da dire. Ma ho grassettato alcuno passaggi in relazione a quanto si chiede poi in seguito.

Sono richieste:
- Conoscenza problematiche stampa e prestampa
Ad un tirocinante?
- Capacità di realizzazione di mock up
Ad un tirocinante??
- OTTIMA conoscenza di Photoshop Illustrator e Indesign
(gradite anche conoscenze web e 3d)
Ad un tirocinante???
- CREATIVITA', GENIO e un pizzico di follia
Un tirocinante Genio e Creativo?
- Estrema precisione esecutiva
Uh hu.
- Voglia di fare e di mettersi in gioco

Ma sentiamo cosa cercano davvero, questi signori.
Non cerchiamo un mago della grafica, o un'affermato designer di fama internazionale, ma qualcuno che aspiri a tanto. Cerchiamo una persona in grado di portare avanti ogni progetto come se fosse il migliore mai sviluppato, al quale non interessi lo stipendio a fine mese ma piuttosto la perfezione dei propri progetti. Cerchiamo una persona onesta, umile in grado reggere anche grandi carichi di lavoro sempre con il sorriso in faccia, perche lavora non per soldi ma per passione.
E che lavori pure con una scopa in culo no?

Non ci interessa sapere che tipo di studi avete fatto, se siete il promo dei geni laureato in arti grafiche o un semplice appassionato di grafica che quanto torna a casa smanetta con ogni tipo di programma per riuscire a fare qualche cosa di bello. Quello che ci interessa è che mettiate passione in questo lavoro e che abbiate le carte in regola per diventare il miglior grafico di sempre.
Voglio diventare il miglior grafico di tutti i tempi e in tutti i laghi e in tutti i luoghi... e vengo a lavorare per uno come te? Non fa una grinza che sia una.

Si richiede book, cv e se proprio avete voglia di scrivere anche una lettera di presentazione... che non guasta mai :)
Certo. Naturale. E' meglio fare le cose come si deve. Soprattutto con la faccina sorridente dopo aver detto una serie di puttanate da farsi venire le emorroidi grosse come pugni.

Requisiti
Titolo di studio minimo: Senza studi
Esperienza minima: Non richiesta
E certo. Genio, creativo, un pizzico folle, che voglia diventare il più grande grafico di tutti i tempi, che sappia lavorare in 2D e 3D, che ne sappia di stampa e prestampa, estremamente preciso e che non pensi ai soldi ma che prenda il lavoro più come una "missione". E non deve avere esperienza?

Contratto
Tipo di contratto: Da definire
Giornata lavorativa: Completa
E camminare sulle acque, no? Far resuscitare i morti? Moltiplicare pani e pesci? Pulire il posto di lavoro con la lingua? Leccarti il culo? Davvero non vuoi richiedere che ti si pulisca il culo ogni volta che ne hai bisogno? Pensaci meglio.

Adesso. Non voglio essere schiavo della "foga", come dice Elio, ma se uno non deve incazzarsi anche per cose come questa, dovete proprio spiegargli il perchè. Che esistano annunci del genere è davvero sintomatico di una società che a puttane ci è andata già da un pezzo.
E chi permette che certe cose si possano fare non è da meno.

Caro il mio richiedente di tirocinanti geni e un po' folli, se questo annuncio è ironico, hai sbagliato periodo e posto. Con uno sforzo probabilmente superiore alle tue possibilità, potresti rendertene conto anche da solo. Se non è ironico, fatti controllare la testa da uno bravo.
A proposito. L'annuncio non me lo sono inventato. Lo trovate qui.

Come chiudere questo post, se non con questo filmato?

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