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1.2.16

#Star Trek 50th Anniversary: "The Wrath of the Khan" in doppio vinile


Fervono i preparativi e si moltiplicano a vista d'occhio le iniziative dedicate al prossimo 50° Anniversario di Star Trek, immortale saga televisiva creata da Gene Roddenberry, suo personale contributo alla fantascienza televisiva e alla cultura popolare americana (e non solo), andata in onda per la prima volta negli Stati Uniti l'8 settembre del 1966.

Una delle idee più particolari, per ora, sembra averla tirata fuori il sito Mondo, producendo un doppio disco in vinile con la versione estesa della colonna sonora strumentale del secondo film della serie, l'indimenticabile Star Trek II: The Wrath of Khan, firmata dal compositore James Horner che all'epoca del film, nel 1982, aveva solo 29 anni.
Nel caso tu non lo sapessi, Horner è stato un vero e proprio veterano con all'attivo una mole davvero considerevole di lavori realizzati per Hollywood (qui la lista su Wikipedia), di sicuro, però, quella realizzata per questo film è una delle soundtrack più potenti e incisive del suo repertorio (se ti interessa, puoi ascoltarla tutta qui su Youtube).


La particolarità di questo oggetto sta nella meravigliosa reinterpretazione grafica operata dal bravissimo illustratore inglese Matt Taylor, nei due vinile da 180 grammi sovrastampati (con un effetto sfumatura "Mutara Nebula") e nelle note di copertina di Devin Faraci, editor-in-chief del sito Birth Movies Death. Il tutto te lo porti a casa comprandolo da qui con 35 dollari (circa 32 euro), prezzo tutt'altro che esoso, tenendo conto del fatto che di solito pezzi commemorativi di questo tipo hanno costi ben diversi.

E adesso andiamo avanti. Che da qui a settembre, di cose meravigliose come questa me ne aspetto parecchie.




30.12.15

Ghost in the Machine Under the Christmas Tree


Io e mia moglie non abbiamo mai avuto bisogno di spendere dei soldoni per farci un regalo. Più che mai in questo periodo dove, come sai, si cerca di fare più attenzione alle spesucce. Sotto l'albero, per me, è arrivato dunque un bel vinile. Non di quelli rimasterizzati di fresco, bensì un bell'originale del 1981. Come avrai capito dal titolo del post e dalla cover qui sopra, si tratta del Ghost in the Machine dei Police.

Gordon Sumner, Stewart Copeland e Andy Summers erano brava gente nata dalla scena punk rock londinese alla fine degli anni '70 e con la quale io sono cresciuto a partire da qualche anno più tardi. Ancor di più, col passare del tempo, con le opere da solista di quel figlio di un lattaio e di una parrucchiera di Newcastle che risponde al soprannome di Sting (chiamato così per via del maglione a strisce gialle e nere che indossava durante le sue primissime esibizioni nei locali di musica jazz della sua città).


I classici del gruppo li conosci più o meno tutti anche tu, ma le cose più belle dei Police sono da ricercare tra quelle meno note, sin dai loro inizi. Vedi ad esempio quando da una parte incidevano Nothing Achieving con Henry Padovani alla chitarra al posto di Summers e dall'altra suonavano con Summers ma si chiamavano Strontium 90, suonando cose mirabili come New World Blues. Di pezzi da citare ce ne sarebbero parecchi, la Next to You nell'album ufficiale del debutto, Outlandos d'Amour, la Bring on the Night in Regatta de Blanc o When the World is Running Down, You Make the Best of What's Still Around in Zenyatta Mondatta. E parecchie altre.

In Ghost in the Machine ci trovi alcuni di quei grandi classici di cui ti dicevo come Every Little Thing She Does Is Magic, Invisible Sun o Demolition Man, ma anche chicche mai passate per radio che rappresentavano, allora come oggi, la vena più autoriale e moderatamente "selvatica" della band inglese. Fulgido esempio ne è il brano che chiude il disco, Darkness, una breve ma intensa composizione di mister Stuart Copeland.

Disco (ri)ascoltato, regalo (molto) apprezzato.


2.4.13

Reid Miles


Il 2 febbraio scorso sono caduti i vent'anni dalla scomparsa di Reid Miles. Qualcuno di voi potrebbe non sapere chi è. Qualcun altro invece si. Sto parlando del fotografo e graphic designer tra i più influenti di sempre in campo musicale.

Reid Miles nasce a Chicago il 4 luglio del 1927 e cresce in California. Dopo il liceo si arruola in Marina e dopo il congedo si trasferisce a Los Angeles per iscriversi al Chouinard Art Institute. Dopo aver lavorato a New York nei primi anni '50 (soprattutto per la rivista Esquire e per John Hermansader, altro designer e pittore americano), Reid viene assunto intorno al '55 da Francis Wolff della Blue Note Records, celebre etichetta musicale jazz, con l'incarico di  disegnare le cover dei vari album.
Reid non era particolarmente interessato al jazz, professando più volte di nutrire molto più interesse per la musica classica, ma ciò non gli impedì di progettare e disegnare svariate centinaia di copertine, spesso integrando al design grafico gli scatti fotografici da lui stesso realizzati (all'inizio della sua carriera, Reid disegnava tutto interamente a mano, ma presto l'integrazione fotografica prese il sopravvento).

Trovate parecchie altre sue cover sul sito Hard Format e su Birka Jazz.
 


Nel 1967, il ritiro dalle scene come produttore di Alfred Lion (co-fondatore della Blue Note), segna anche la fine della collaborazione tra Reid Miles e l'etichetta. Solo successivamente Reid rivelò di prendere 50 dollari a cover e che nell'ultimo periodo fu costretto a lavorare sempre in tempi risicati e di non poter "giocare" con più di due o tre elementi grafici per volta.

Reid Miles è un grande pioniere della composizione grafica e soprattutto l'autore di un immaginario povero, onesto ed elegantissimo che ha segnato il modo di concepire la cover di un album musicale. E soprattutto ha donato al mondo del jazz una identità leggendaria che ancora oggi è fonte di ispirazione.



















P.S.: L'immagine che apre il post ritrae Dexter Gordon sulla cover dell'album Our Man in Paris.

11.1.13

"Homeland" Vintage Jazz Record Covers

Non conoscevo né il Mattson Creative, studio creativo di base in California, né la serie televisiva Homeland. Ma quando ho visto lo studio in questione reinterpretare la serie tv come si trattasse di cover vintage di musica jazz, è scattata subito la scintilla.

17.10.12

Oliver Nelson | The Blues and the Abstract Truth


Dall'introduzione della ventottesima uscita della collana Jazz 33 giri | I Grandi Capolavori in Vinile.
Un disco come The Blues and the Abstract Truth (Impulse!, 1961) è, per molti aspetti, un unicum. Innanzi tutto è un vero e proprio classico che raccoglie un'irripetibile band da sogno: Eric Dolphy, Freddy Hubbard, Bill Evans, Paul Chambers, Roy Haynes, praticamente un who's who del jazz dei primi anni '60. In secondo luogo è il lavoro più noto di un musicista, Oliver Nelson, la cui carriera raggiunge qui l'apice.
I sei brani che compongono il disco disegnano un geniale percorso nel blues, del quale Oliver Nelson fornisce sei declinazioni diverse. Un disco affascinante, nel quale sette grandi musicisti si mettono al servizio di un altro grande compositore e arrangiatore.
Il disco si apre con quella che rimane la composizione più nota di Nelson: Stolen Moments, un brano assurto nel tempo al rango di vero e proprio standard. Non si tratta, strutturalmente, di un blues (anche se le improvvisazioni seguono un ortodosso giro di dodici battute), ma del blues viene conservato tutto il sapore.
Tutti i brani dell'album sono stati composti da Oliver Nelson ad eccezione di Hoe-Down, composto da Aaron Copland:
  1. Stolen Moments
  2. Hoe-Down
  3. Cascades
  4. Yearnin'
  5. Butch and Butch
  6. Teenie's Blues
E chi sono io per non condividere questo pezzetto di storia della musica con voi? Eccovi qui sotto il brano Stolen Moments.

Stolen Moments by Oliver Nelson on Grooveshark

13.9.12

The Real McCoy (Tyner)


Qualche giorno fa ho preso questo disco in vinile. The Real McCoy (Blue Note, 1967) di McCoy Tyner (Filadelfia, classe '38), un pianista forse meno noto ai più ma che ha lasciato profonde tracce nella storia della musica jazz per via del suo stile inconfondibile. Il disco si avvale della collaborazione al sax tenore di Joe Henderson (che ebbi il piacere di sentire dal vivo in un vecchio locale di Napoli, quando ancora ero un pischello senza arte né parte), del contrabbasso di Ron Carter e delle mirabolanti percussioni di Elvin Jones.

Alfred McCoy Tyner nasce e cresce con John Coltrane a partire dal 1960. Coltrane era alla ricerca di partner musicali che con lui sviluppassero un approccio più "modale" nel jazz (sostituzione del giro di accordi fino ad allora usato come base per l'improvvisazione, con semplici sequenze di note, le cosiddette "scale modali"). Una delle sue prime scelte ricadde proprio su McCoy perchè già anni prima lo aveva sentito suonare quando il pianista aveva solo 17 anni. La loro collaborazione inizia con l'LP Like Sonny e prosegue con il ben più noto My Favorite Things (entrambi del 1960). Poi ancora con Coltrane Jazz, Olè Coltrane e Africa/Brass (1961), Live at the Village Vanguard e Ballads (1962) e A Love Supreme e Crescent (1964).

Per chi fino ad oggi avesse vissuto su un altro pianeta, quella qui sotto è My Favorite Things. E il piano che sentite suonare sotto il sax di Coltrane, quindi, è proprio quello del nostro McCoy Tyner.


My Favorite Things by John Coltrane on Grooveshark

Dal 1963, Tyner comincia anche una carriera come leader e in poco più di un anno sforna dischi come Nights of Ballads & Blues e McCoy Tyner Plays Ellington. Il tutto mentre continua a lavorare con celebrità del calibro di Art Blakey e Wayne Shorter. Quest'ultimo, in particolare, ricambierà partecipando a due album di Tyner, Expansions (1968) e Extensions (1970).

A partire dagli anni ottanta, Tyner incide e suona in giro per il mondo con il suo trio e registra anche tre album in solitaria per la Blue Note (Revelations, 1988 - Things Aint What They Used to Be, 1989 e Soliloquy, 1991).



Ma torniamo per un attimo alla seconda metà degli anni '60. E' dopo il definitivo abbandono dal quartetto di John Coltrane che Tyner dà alla luce proprio il suo album più noto, questo The Real McCoy (il suo primo pubblicato con la Blue Note dopo una lunga esperienza con la Impulse!), per il quale mette a punto il personale quartetto citato sopra (Ron Carter e Elvin Jones arrivavano dalle stesse esperienze con Coltrane e altre con Miles Davis, mentre Joe Henderson collaborava con illustri colleghi quali Kenny Dorham, Bobby Hutcherson, Horace Silver, Lee Morgan e Herbie Hancock). Per questo album, Tyner compose personalmente cinque brani:
  1. Passion Dance – 8:44
  2. Contemplation – 9:10
  3. Four by Five – 6:33
  4. Search for Peace – 6:27
  5. Blues on the Corner – 5:58
I pezzi sono belli, le sonorità pulite e raffinate, i ritmi briosi e colorati. Ma la forza di questo disco sta nel fatto che il Jazz che qui costruisce Tyner è un Jazz per tutti, palati fini e meno fini. Un album consigliatissimo anche a chi si volesse avvicinare per la prima volta a questo genere o a chi, semplicemente, non ha mai ascoltato questo pianista all'opera.


Oggi Tyner ha una certa età ma incide con la stessa forza di un tempo per l'etichetta Telarc Records suonando con diversi gruppi. Sui suoi ultimi lavori e le sue ultime uscite, trovate tutto sul suo sito ufficiale.

Qui sotto vi propongo Passion Dance, il brano di apertura dell'album. Inoltre, se volete approfondire ulteriormente la conoscenza di questo fantastico pianista, su Grooveshark qualcosina c'è. Buon ascolto.


Passion Dance by McCoy Tyner on Grooveshark

2.7.12

Fumetterie, prezzi esosi e dischi in vinile


Settimana scorsa sono riuscito a fare un salto nella mia fumetteria preferita. Danito quasi non ci crede quando mi vede sulla porta. Non ci vedevamo da un paio di mesi, almeno.

Peripezie, figli, malattie, lavoro.


Consumiamo gli argomenti più disparati nell'arco di una manciata di secondi, perchè in fumetteria continuano ad entrare bizzarri personaggi che ci interrompono. Un ragazzino che vuole dei colori e un set per non so cosa tipo Warhammer e sua nonna alle spalle che lo tampina mettendogli fretta, una coppia che di solito arriva e mette a soqquadro tutto, mettendo le mani ovunque e facendo domande che, in questo particolare periodo storico, non interesserebbero nemmeno a San Tommaso. Gente che compra cose che non legge e poi vuole sapere dal suo fumettaro di fiducia cosa è successo fino a quel momento.

Ci fumiamo una sigaretta sul retro e svisceriamo la questione sport (lui è tifoso della Fiorentina, quindi Montolivo se n'è andato ma lo si sapeva da gennaio, Montella è uno che studia, tenetevi Jovetic, io sono tifoso della Samp, ma 'sta cosa di Benitez?), la questione lavoro (madonna che palle, dico io, guarda va proprio male, quasi una merda), la questione fumetti (come sta andando la Lion? Ma poi a me che me ne fotte?).

Prendo tutto quello che gli avevo lasciato in magazzino in questo paio di mesi. Soprattutto i Classici Marvel (Daredevil, Vendicatori, Spiderman), il terzo volume di X-Statix e il Marvel Gold con il ciclo originale di Omega Lo Sconosciuto degli anni '70. Su uno scaffale vedo Chagall in Russia di Joann Sfar della Bao Publishing e prendo pure quello. Non sia mai che non mi porto a casa un lavoro di Sfar.



Noto con una certa nausea che in un paio di mesi molti volumi a fumetti sembrano essere aumentati di prezzo. E neanche poco. Una cagata qualsiasi non sembra valere meno di una quindicina di euro. Penso che si sta facendo il possibile per far tornare il fumetto nella nicchia dalla quale arriva, nonostante gli sforzi di qualcun altro. Qualcuno non ha ancora brillantemente capito che i soldi che girano intorno ai fumetti sono sempre più o meno gli stessi e che proporre diecimila nuove testate o volumi ogni mese, non cambierà le cose. Puoi solo spostarli da una parte all'altra, quei soldi. Ma avranno comunque il loro tornaconto, penso.

Pago tutto e ci organizziamo per una pizza mentre Danito mi infila il numero di Anteprima di questo mese nel sacchetto. Saluti e baci. Esco dalla fumetteria, passo a prendere Arianna e Teo alla metro (Teo saltella in braccio a sua madre mentre mi mostra il suo miglior sorriso sdentato e sbava come un mastino napoletano) e ce ne torniamo allegramente a casa.

In un attimo di sincera tranquillità sul divano, sfoglio quell'Anteprima. E tutte le sensazioni di prima tornano a bomba. Centinaia di novità ovunque. Per molte mi chiedo a chi potrebbero davvero interessare. Cento milioni di manga nuovi ("dall'autore di quello, in arrivo questo"; inni alle novità e titoloni che manco Maccio Capatonda).
Di cose belle da comprare ce ne sono, eh. Cose anche interessanti. Ma continuo a sfogliare intristito fino alla fine. E lì ci trovo un annuncio in doppia pagina che non mi sarei mai aspettato. Music on Vinyl, dischi in vinile da 180g della tua musica preferita direttamente nella tua fumetteria. In che senso? La cosa mi fa sorridere ma, per quanto mi riguarda, sembra capitare a fagiolo. Tra le offerte c'è qualcosa di interessante. Sade, Miles Davis, Buddy Guy, Lauryn Hill. Ma anche musica rock, pop, heavy metal.

La mattina dopo mando una mail a Danito per avere maggiori ragguagli. Infatti su quell'annuncio non si fa riferimento né ad un catalogo completo né ad un sito internet. E prontamente Danito si informa.

Ecco il sito, mi scrive: www.musiconvinyl.com.


Perfetto. Di cose belle ce ne sono. Soprattutto i doppi album. Alcuni in cofanetti da quattro dischi. Con i prezzi si va dai 25 ai 70 euro.

Ecco. Tipo Living Proof di Buddy Guy da tre dischi.

Qualcosa comprerò, alla fine.

Si, finirò per passare in fumetteria per prendere dei dischi in vinile.

Curioso.

25.6.12

Il mio primo assemblato Hi-Fi, finalmente


E' costato tanta fatica, tanto tempo e qualche spicciolino ma alla fine, il mio primo assemblato hi-fi, è riuscito a vedere la luce. Si, il primo. Perchè fino a ieri la musica l'ho sempre ascoltata attraverso piccoli compatti o tramite pc. La questione che ora il registro deve cambiare e che mi voglio sudare la musica che ascolto, ve l'ho già spiegata qui.

Comunque.

Partendo dall'amplificatore che nelle intenzioni, almeno all'inizio, doveva essere un sinto amplificatore, alla fine ho preso un Onkyo A-9155B. Modello nero, 2 canali, 48 watt a canale, rapporto segnale rumore da 100dB. Questa casa produttrice di Osaka è salita alla ribalta negli anni '70 soprattutto per la produzione di diffusori, ma insieme ad altri brand, come ad esempio la Denon, rimane una di quelle più gettonate tra chi cerca una certa qualità a costi contenuti. E quindi chi sono io per non dargli un'occasione?



Il giradischi è un Pro-Ject Debut III. Alla fine uno dei migliori, mi dicono, nel rapporto qualità prezzo. Braccetto e testina sono della Ortofon modello OM 5E, trazione a cinghia e velocità 33/45 giri. E' completamente manuale. Questo vuol dire che per passare da una velocità all'altra bisogna smontare il piatto e far salire la cinghia con una levetta apposita. E non ha nessun led che si accende. Lo attacchi alla corrente, primi un tasto e il piatto comincia a girare. Punto. Questo perchè la casa tedesca Pro-Ject Audio System crede in quella filosofia che cerca la purezza del suono nelle sole parti meccaniche. Si dice insomma che più parti elettroniche sono presenti su un giradischi, più a pagarne è il suono in uscita. Una cosa del genere, insomma.


Il giradischi me lo sono un po' sudato. L'ho preso infatti alla Fnac di Grugliasco e me lo sono portato a casa. Con mio padre l'abbiamo provato dopo un paio di settimane, che prima non ho proprio trovato tempo. E sorpresa: il braccetto non andava su e addirittura mancava la testina. Siamo tornati alla Fnac ed è bastato che gli dicessi: "vi ammazzo tutti" che loro gentilmente ne hanno subito ordinato un altro nuovo. Tempo di attesa: Altre due settimane.

Infine, questione diffusori: era da parecchio che cercavo un paio di buone casse senza dover per forza spendere un patrimonio. In fondo mi rodeva parecchio avere amplificatore e giradischi in casa impacchettati da più di un mese e mezzo. Guarda qua, guarda là, leggi una recensione, fai un salto in un negozio audio video, fanne un altro e alla fine il lavoro l'ha fatto mio padre. Un bel giorno passo a trovarlo e mi fa: "Ho preso questi. Se ti piacciono, portateli a casa, altrimenti me li tengo per la tv". Si trattava di un paio di casse Jamo S-602 Dark Apple.


La Jamo, ho scoperto poi, è una casa danese rispettosa del suono e dei materiali utilizzati. Li ho provati e a mio padre non li ho più restituiti. Anche perchè, quando ho sentito che li aveva pagati solo 160 euro, mi son passati i fantasmini di pacman davanti agli occhi. Io che ormai ero rassegnato a dover spendere ben più di quella cifra, mi sono ritrovato tra le mani un paio di buone casse che, vi assicuro, suonano straordinariamente bene, per quello che costano.

Qual è stato il primo disco che, casualmente, ho liberato dal fardello e dal fastidio di un sacchetto di cellophane troppo stretto?


Quale brano di questo disco ho ascoltato per primo?

Lullaby of Birdland by Sarah Vaughan on Grooveshark

P.S.: Poi vi parlerò anche del mio primo ascolto "attento" dell'album Time Out del Dave Brubeck Quartet, accompagnato dalla lettura dei cenni storici e tecnici.

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