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2.2.17

Il Treno per Tallinn

Diventato un piccolo caso editoriale per via della misteriosa identità del suo autore (eeeeeh, il marketing), Il Treno per Tallinn è un giallo pubblicato da Mondadori nel 2016 ambientato in Estonia e con protagonista il commissario di polizia Marko Kurismaa.

Ad invogliarmi ad acquistare il libro sono stati ovviamente temi e ambientazioni (tra freddo polare e neve) e un treno in copertina. E non il mistero legato appunto al suo autore, Arno Saar, che per quanto possa essere interessante, poco o nulla mi spiccia in tasca (ma, per amore della cronaca, in tanti sono pronti a credere che dietro questo curioso pseudonimo si celi in realtà Carlo Lucarelli, mentre altri, molto più convinti, si sperticano in congetture varie collegando Arno Saar allo scrittore torinese Alessandro Perissinotto).

Un treno partito da San Pietroburgo e arrivato a Tallinn fa da teatro di un omicidio la cui vittima, morta per avvelenamento, è un uomo d'affari russo ritrovato con una bottiglia di liquore accanto. Il caso viene affidato quindi al commissario Kaurismaa, un uomo che "ha il fascino dell'uomo tormentato, il fisico asciutto dell'ex sciatore di fondo e il rigore di chi nella vita si è dovuto conquistare tutto", che guiderà il lettore sulle tracce dell'assassino, lungo le strade gelide e tra i vicoli della città vecchia di Tallinn, i suoi locali alla moda, le ex zone industriali e gli squallidi quartieri dell'architettura sovietica.


A dispetto della presenza in copertina, sia nel titolo che graficamente, il treno in questione fa solo da scenografia al bizzarro omicidio iniziale, appunto, mentre il romanzo si concentra, soprattutto nella parte finale, su un altro mezzo di trasporto, teatro di una terrificante e purtroppo molto nota sciagura avvenuta per davvero in Estonia nel 1994 (non la cito chiaramente per non fare spoiler, ma se hai dei ricordi abbastanza vividi di quegli anni, potresti ricordartene, altrimenti google è sempre lì che ti aspetta).

Tra le righe delle sinossi redatte dell'editore, che ovviamente deve tirare l'acqua al proprio mulino, leggi di "un'ambientazione originale e suggestiva, un protagonista complesso e affascinante, una galleria di personaggi indimenticabili e un impeccabile congegno narrativo: Il treno per Tallinn è un romanzo straordinario e Arno Saar, pseudonimo di un importante scrittore italiano, sa procedere col passo spedito del giallista e la ricchezza di prospettiva del romanziere di classe".


Senza voler esagerare con i toni, la verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Il Treno per Tallinn è un buon giallo da leggere dove il suo autore si diverte più a tormentare i propri personaggi descrivendone vizi e virtù visti attraverso quel sottile strato di apatia che letteratura e cinema spesso si divertono ad appioppare a chi vive in certi posti freddi, piuttosto che a costruire strutture e sovrastrutture tipiche del genere.
Per quanto possa sembrare assurdo (e mi rendo conto che il confronto potrebbe infastidire chi ha scritto questo romanzo perché in generale, e giustamente, tutti gli scrittori si infastidiscono quando leggono certe cose), stiamo parlando di una sorta di Commissario Montalbano in chiave nordica, insomma, ma di conseguenza senza il colore di certi luoghi o la passione di certi bizzarri personaggi. Cosa che, tra parentesi, non va certo interpretata come una mancanza, sia chiaro.

Detta così, sembro voler sminuire questa lettura che, al contrario, si è rivelata tutto sommato piacevole e che adempie perfettamente alla sua funzione di intrattenimento, tenendo anche conto che le sue 160 pagine si leggono velocemente e senza intoppi.

2.12.16

Il Mastino dei Baskerville

In una lettera indirizzata al suo editore, Arthur Conan Doyle appariva letteralmente scioccato alla scoperta delle edicole di Londra prese d'assalto la mattina (dell'agosto 1901) in cui venne distribuito ufficialmente il numero di The Strand Magazine con il primo capitolo de Il Mastino dei Baskerville.
Questo giusto per sottolineare quanto seguito popolare generassero le avventure di Sherlock Holmes o quanto lo stesso Doyle non fosse ancora abituato a quel tipo di successo, nonostante la sua creatura di carta più celebre avesse ormai ampiamente superato il giro di boa.
Ovviamente c'è da dire che la curiosità dei lettori fu ampiamente solleticata da un'attesa durata ben otto anni. Nel dicembre del 1893, infatti, Doyle fece precipitare il suo personaggio verso morte certa tra le cascate di Reichenbach in compagnia del suo mortale antagonista, nel racconto L'Ultima Avventura (te ne avevo parlato qui). E fu proprio con il Mastino dei Baskerville che lo scrittore decise di riportarlo in vita (ma qui solo in modo postumo, attraverso una storia avvenuta prima del suo decesso) in seguito alle ripetute insistenze dei lettori, del suo editore e, leggenda vuole, della stessa madre di Doyle.


Prendendo spunto da una vecchia leggenda inglese narratagli da un amico, Doyle scrive una storia ambientata nella nebbiosa brughiera del Dartmoor, nel Devon, dove l'anziano sir Charles Baskerville viene trovato morto nel cortile della sua villa, apparentemente ucciso da un grosso spavento. Il suo medico personale e amico, James Mortimer, è invece convinto che il responsabile della morte dell'uomo sia un'orribile creatura, un gigantesco mastino, che sembra perseguitare gli eredi maschi della famiglia Baskerville in seguito ad una lunga maledizione.
Per risolvere il mistero e proteggere il giovane sir Henry, erede di sir Charles, giunto in Inghilterra per prendere possesso delle proprietà dello zio appena deceduto, il dottor Mortimer chiede aiuto a Sherlock Holmes, il quale rifiuta ovviamente l'idea di una maledizione ma, attirato dall'intrigante vicenda, decide di occuparsi del caso.


Nella mia regolare rilettura dell'opera di Doyle, Il Mastino dei Baskerville si pone probabilmente come il romanzo più avvincente del canone sherlockiano (di sicuro il più celebre, insieme a Uno Studio in Rosso), intriso com'è di elementi soprannaturali, nati però più per essere puntualmente smascherati dal detective più famoso del mondo.
Stiamo appunto parlando di uno dei più grandi classici della letteratura di genere del secolo scorso, nonché di un caso editoriale tra i più clamorosi. Un romanzo che influenzerà decine di altri standard investigativi e ispirerà una moltitudine non indifferente di adattamenti cinematografici, riconosciuti e non, che per la maggior parte delle volte hanno forse preferito dare più spazio agli elementi soprannaturali della vicenda (tra quelli più rispettosi dell'opera originale, va invece segnalata l'oscura e tetra versione in bianco e nero del 1939, interpretata da Basil Rathbone).

Un gran bel romanzo.

14.10.15

Sherlock, le prime (e per ora uniche) tre stagioni. Tutta la fresca bellezza della serie in 9 punti


Sherlock, lo saprai, è una serie tv britannica della BBC che prende il mito dell'investigatore più celebre di sempre, quello di Conan Doyle, e lo porta ai giorni nostri. Partita nel 2010, la serie ora conta tre stagioni all'attivo, una quarta in preparazione e l'episodio speciale natalizio che passerà prima dalle parti del cinema (e del quale ti ho parlato proprio un paio di post fa).

Riproposizioni di questo tipo sono all'ordine del giorno. Basti pensare che, più o meno nello stesso periodo, la CBS americana volle la propria versione di uno Sherlock Holmes moderno e così nacque Elementary. Ma Elementary è una robetta che funziona poco e non ha ciccia intorno, perché non riesce ad andare oltre i cliché del caso.

E cosa rende invece Sherlock una serie tv brillante e divertente, tra le migliori produzioni del genere degli ultimi anni e che ha sulla mensola una serie spaventosa di premi e candidature?


1 - LA STRUTTURA. 
Non si parla della classica serie tv. Ogni stagione di Sherlock è composta da soli tre episodi. Ogni episodio dura un'ora e mezza. Siamo a metà strada tra un classico episodio televisivo e un lungometraggio. Questa cosa dà respiro vigoroso alle vicende. E non poco.

2 - GLI ATTORI. 
Mettila come vuoi, ma una serie che può vantare a registro un paio di attori come Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, non può non essere almeno una roba interessante. Ok che i due all'epoca non erano celebri come lo sarebbero diventati da lì a poco, ma è proprio grazie alle interpretazioni in Sherlock che i cancelli si sono aperti: il primo (attorone cinematografico di grande spessore, secondo chi scrive) ha visto la propria consacrazione al cinema in film come 12 Anni Schiavo, Il Quinto Potere, Star Trek - Into Darkness e The Imitation Game (e prossimamente te lo troverai protagonista del film dedicato al Dottor Strange). Il secondo è stato chiamato prima da Peter Jackson al cinema per la sua trilogia, Lo Hobbit, e poi dai fratelli Coen di nuovo per la tv, per Fargo (e pure di questa abbiamo già parlato).


3 - LA REGIA. 
I vari episodi sono girati bene e con un certo piglio. I registi sono diversi, ma tra gli altri vanno citati personaggi di una certa esperienza come Paul McGuigan (The Acid House, Slevin - Patto Criminale) o Coky Giedroyc (Penny Dreadful e The Killing). In generale a tutti sembrano essere concessi picchi e vezzi di solito non presenti in altre produzioni inglesi (da quelle parti, la serie meglio girata degli ultimi anni era Luther).
Montaggi creativi, fotografia brillante e storyboarding di alto livello. Insomma, parecchi episodi sono una manna per gli occhi.

4 - LA SCRITTURA. 
Dal soggetto alla sceneggiatura, la serie ha sempre visto alla macchina da scrivere l'affiatata coppia composta da Steven Moffat e Mark Gatiss. Moffat è anche uno degli autori più geniali di Doctor Who (degli episodi più belli, in pratica) e ha scritto anche Tintin - Il Segreto dell'Unicorno per Spielberg. Gatiss in realtà è molto più noto come attore e infatti nella serie interpreta anche (e meravigliosamente) Mycroft, il fratello di Sherlock.
 

5 - LA RILETTURA. 
Ci andava poco a fare un disastro (chi ha detto Elementary?), ma quelli della BBC sono partiti da un imperativo: l'opera originale di Conan Doyle è sacra (ma con moderazione). Già a partire dai titoli è chiaro quanto si sia voluto omaggiare il canone sherlokiano (Uno Studio in Rosa, Scandalo a Belgravia, I Mastini di Baskerville, Il Segno dei Tre...). Ma anche i vari personaggi, curati e sfaccettati fino allo sfinimento, rispettano per certi versi quelli originali (esempio: Mycroft Holmes lavora davvero per i servizi segreti britannici, ma qui è molto più potente di quanto non fosse il Mycroft di Doyle).
Anche l'approccio di Sherlock al vaglio delle prove risulta classico ma ben curato. Poco ci voleva per finire in facili manierismi o in uscite stucchevoli, ma qui il protagonista è dipinto come un autentico genio della deduzione che riesce sempre a spiegare in modo efficace le proprie conclusioni (tranne in un paio di occasioni appena).


6 - I PROTAGONISTI. 
Come sarebbe davvero un tipo come Sherlock Holmes ai giorni nostri? Probabilmente proprio come lo hanno dipinto Moffat e Gatiss in questa serie, "un sociopatico ad alto rendimento", cinico, egocentrico e tremendamente annoiato quando non è al lavoro su un caso. Consulente quasi ufficiale di Scotland Yard, Sherlock cammina sempre a cavallo tra luci e ombre e sfugge a tutti i costi (fino allo sfinimento) a quella che potrebbe essere considerata una vita ordinaria.
Il caro dottor Watson, dal canto suo, è un ex ufficiale medico, reduce della guerra in Afghanistan. Portamento militare, testa quadrata, andamento zoppo per via di una scheggia di granata nella gamba, John segue una terapia psichiatrica per cercare di far luce in certi posti bui. Anche lui sfugge ad una vita normale, ma non ha la forza di ammetterlo. Ecco perché decide di seguire Sherlock nelle sue scorribande. Ecco perché, come l'originale di Doyle, riporta per iscritto le gesta del detective (ma qui lo fa tramite un seguitissimo blog).


7 - I PERSONAGGI.
Tutti di estrazione doyliana. I buoni: l'ispettore Greg Lestrade, Mycroft HolmesMrs. Hudson, il medico patologo Molly Hooper, Mary Morstan o la bella ma pericolosa Irene Adler (interpretata da una splendida e bravissima Lara Pulver). E i cattivi: Jim Moriarty e Charles Augustus Magnussen tra gli altri. Tutti come da canone, tutti profondamente diversi (Magnussen, per dire, ha solo un ruolo marginalissimo nelle storie di Doyle, mentre qui assume le sembianze di un mefistofelico, pericolosissimo antagonista).

8 - L'IRONIA.
Non è un valore marginale, quello dell'ironia. Sovente i momenti di tensione sono stemperati da divertenti siparietti, ma non di quelli che puoi trovare ovunque. Non si tratta solo di humor all'inglese, tanto per intenderci. E' per tutti e fa davvero tanto ridere. E' un modo di fare ironia pungente e cinico e sempre molto misurato. Non la si fa mai fuori dal vaso, non si eccede, non ci si perde cercando la risatina facile.


9 - I COLPI DI SCENA.
Non accade quasi mai quello che ti aspetteresti. In questo senso, Moffat e Gatiss sono perfettamente in grado di sorprenderti. Ogni trovata è un piccolo gioiello, ogni piega che prende la vicenda principale nasconde un prezioso tesoretto pronto a farti sgranare gli occhioni.
In certi casi sembra addirittura non esserci una regola e la cosa è spiazzante, ma funziona. Un esempio? Arriva a guardare il terzo episodio della terza stagione (L'ultimo giuramento) e poi sappimi dire.

Sono nove punti, ma potrei trovarne altrettanti. In realtà mi sono dilungato sin troppo nel cercare di descrivere una serie che semplicemente funziona a meraviglia, studiata come poche per quanto riguarda la scrittura e interpretata magistralmente anche dalle figurine sullo sfondo.
Dice, "da come ne parli sembra la serie del secolo". Non ho detto questo, ma si fatica parecchio a trovare cose sbagliate.

E se proprio fossi costretto a citare cose brutte, riuscirei a tirarne fuori a stento un paio: un'arma improbabile (stagione 3, episodio 2, Il Segno dei Tre) e la semplicità con la quale i due protagonisti riescono ad entrare ed uscire da una base militare (stagione 2, episodio 2, I Mastini di Baskerville). E ce n'é un'altra, ma riguarda il solo doppiaggio italiano: la voce del protagonista, per quanto risulti convincente, fine e acuta, impallidisce letteralmente posizionandosi all'estremo opposto rispetto della voce originale di Cumberbatch, una delle più profonde e calde che la tv abbia mai conosciuto.

Detto ciò, tutto il resto è freschezza in crescendo, bellezza, tanto sano intrattenimento e qualche grassa risata. Senza "se" e senza "ma".

9.10.15

The Sherlock Special


Ecco qui il secondo, squisito trailer dell'episodio speciale di Sherlock, la meravigliosa serie tv inglese (della quale ti parlerò settimana prossima, scendendo in dettagli e minuzie) che ha rivisto in una splendida chiave moderna il mito del detective più famoso di sempre.
Visto il successo unanime che la serie in questione ha riscosso in tutto il mondo, questo special finirà dritto dritto al cinema durante il prossimo periodo natalizio. Particolarità che aggiunge non poco fascino alla vicenda è che gli attori Benedict Cumberbatch e Martin Freeman smetteranno le vesti contemporanee di Holmes e Watson per calarsi, come nell'opera originale, in un'affascinante, splendida Londra vittoriana.

Non so tu, ma io e mia moglie non vediamo l'ora di correre al cinema.


30.9.15

Il Talento di Mr. Ripley

Della regina del giallo psicologico Patricia Highsmith avevo letto poco o nulla. Ho deciso quindi di colmare una lacuna più o meno grave con la lettura di uno dei suoi classici per eccellenza.
Il Talento di Mr. Ripley è un romanzo del 1955 che introduce per la prima volta nell'universo highsmithiano il personaggio di Tom Ripley (che tornerà anche in quattro successivi capitoli), giovane e truffaldino newyorkese che vive di piccoli "espedienti".
L'entrata a piedi uniti nella zona oscura, però, gli verrà fornita solo quando il ricco industriale Herbert Greenleaf prima lo riconoscerà come un vecchio amico di suo figlio Dickie e poi lo spedirà in Italia sulle tracce dell'errabonda prole, con la speranza che Tom possa convincerlo a tornare finalmente a casa, negli Stati Uniti.

E' così che mister Ripley parte alle volte di Mongibello, paesino costiero del napoletano (inventato dall'autrice) preso di mira da una schiera di giovinotti americani come meta ultima di festaiole e rilassanti vacanze, unicamente dedicate agli aperitivi in terrazza, alle giornate di sole passate in spiaggia, alle gite in barca a vela e ai festini alto borghesi. Ed è proprio qui, tra grasse risatine e la bella vita da salottino, che Tom verrà in contatto con Dickie e con la sua amica scrittrice Marge Sherwood.

Se da una parte Tom sarà costretto a dare conferma a certe sue pulsioni sessuali, trovando in Dickie un personaggio molto più che interessante, dall'altra ne odia vizi e ozi, paragonando quella vita disinibita e priva di pensieri con la propria, miserrima e dalle braccia corte. E la cosa lo porterà a riflettere sulla possibilità di ottenere uno scambio di vita conveniente e repentino, mettendo alla luce il suo lato più oscuro (che lui stesso scoprirà di pari passo con il lettore).


Il Talento di Mr. Ripley è un romanzo che fa della psicologia criminale (e non) il proprio punto di forza. Una delle migliori prove che testimoniano tutta la tenacia della Highsmith nel cercare di tratteggiare profondamente la psiche di individui sempre al limite della propria moralità.
Ma la storia è anche un inno alla bella Italia (costellato da piccoli appunti alla tracotanza e alla lentezza del popolo italico), testimoniato dall'approdo di Tom e compagnia prima a Napoli e poi a Sanremo, Roma e infine Venezia.



P.S.: Urge ora andarsi a rivedere quel piccolo gioiello cinematografico (dal titolo omonimo) firmato dalla regia di Anthony Minghella e impreziosito dalle ispirate interpretazioni di Matt Damon e Jude Law, che ripercorre le gesta di Tom Ripley in questo primo capitolo.

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