In colpevolissimo e lieve ritardo (appena un annetto, via), ho finalmente visto The Hateful Eight, l'ultima fatica di Quentin Tarantino, arricchita da una pletora di caratteristi di un certo spessore. Ma...
E' un film di Tarantino e si vede. La questione, vengo subito al nocciolo, è che The Hateful Eight è il primissimo film in assoluto del regista ad aver solleticato più di qualche dubbio (anche se già con Django Unchained si è intravista una linea piatta, appena dietro la storia).
The Hateful Eight essenzialmente NON è un western, NON è un thriller, NON è una commedia nera. A
volte dire di un prodotto cinematografico che "sfugge alle etichette" è
voler rimarcare che si tratta di cinema purissimo, senza orpelli.
Purtroppo, come in questo caso, non è sempre vero.
Non è un film d'azione come qualcuno poteva sperare e non è nemmeno così tanto un film intimista come qualcun altro sperava o come altri hanno detto. Un film girato su due location in tutto (in carrozza per mezz'ora e in un emporio per altre due ore e dieci) è un'idea selvatica e molto affascinante che ha affrontato solo uno stuolo di coraggiosi registi (tra questi indubbiamente lo stesso Tarantino, così come Roman Polanski o Tommy Lee Jones).
Immagino che Tarantino abbia letto l'Hotel Azzurro di Stephen Crane, tra l'altro, o che sappia quanto meno della sua esistenza, visto che la storia, ambientata qualche anno dopo la Guerra Civile Americana, è quella di un gruppo di personaggi (gli "odiosi otto" quelli principali, ma più di una dozzina quelli reali) che per ripararsi da una brutta tempesta di neve in Wyoming, si chiude al riparo in un emporio.
Samuel Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Tim Roth, Michael Madsen e Bruce Dern, tutti bravissimi, dal primo all'ultimo, basterebbero da soli a reggere le sorti di un film di ben due ore e quaranta. E in effetti è esattamente quello che accade, senza andare troppo più in là.
E una storia talmente esile da essere quasi inesistente, si pone in secondo piano per dare spazio al confronto tra gli attori in scena.
E una storia talmente esile da essere quasi inesistente, si pone in secondo piano per dare spazio al confronto tra gli attori in scena.
Si chiama teatro. E infatti credo sia stato portato anche lì.
The Hateful Eight non è altro che una scrittura sacra, un'autentica esegesi del cinema secondo Tarantino. Tanti dialoghi taglienti, davvero lunghi, qualche scena grandguignolesca (un paio sempre di troppo), lo humor nerissimo, la divisione in capitoli, i personaggi. Un cinema che ama alla follia i vezzi del proprio autore e un autore che ama alla follia il cinema.
Il regista americano, insomma, ma questo lo sapevamo da tempo, ama la propria visione del cinema fino all'autocitazionismo plateale, senza prendere mai in considerazione l'idea che potrebbe trattarsi di un cane che cerca di mordersi la coda restando impantanato sempre nella stessa pozzanghera.
La cosa curiosa è che proprio perché conosco Tarantino, questo film mi ha lasciato qualche dubbio. Se The Hateful Eight fosse stato il suo primo film, probabilmente mi sarei innamorato del regista più di quanto non accadde all'epoca guardando Le Iene. Ed è forse questo il motivo per il quale, nonostante tutte le critiche di cui sopra, se tali possono essere considerate, alla fin fine mi sono goduto tutto il film per tre ore filate, senza mai avere voglia di alzare il culo dal divano. Esattamente come il Generale Smithers.


















































