5.10.16

Eins, zwei, drei, vier, fünf UT sechs

Una veloce riflessione su UT, la miniserie Bonelli firmata da Corrado Roi (suo anche il soggetto, oltre ai disegni) e Paola Barbato (sceneggiatura) di cui tanto si è parlato ma la cui eco si è spenta misteriosamente nell'etere all'uscita dell'ultimo albo (potere della critica di settore).


UT è un esperimento serio e ragionato. E' uno dei prodotti Bonelli che ha cercato più di tutti di uscire dal canone classico, per raccontare una storia distopica e surreale che cerca di piantare meno paletti possibili.
Narrata senza paura che il lettore medio (o occasionale) possa avere pochi punti di riferimento o che debba "lavorare" di pari passo con la trama per riempire con la propria fantasia dei sospesi lasciati lì apposta per giocare (gli "originali", gli architetti, le case). Sarebbe curioso sapere cosa ne pensa davvero questo tipo di lettore e, se ha portato a termine la lettura, come ha interpretato il tutto, lui che da sempre è abituato alle precise parentesi che prima di aprono e poi immancabilmente si chiudono come accade da sempre, per dire, su Tex o Diabolik.

UT è una fiaba nerissima e tetra, dove l'horror è meravigliosamente dipinto in modo grottesco e crepuscolare e che si pone in una realtà ancestrale senza spazio e senza tempo.
Il protagonista, Ut, è un uomo privo di identità che se ne va in giro cacciando insetti con un gattino nello zaino e con il volto celato da una maschera di pelle (con quella cerniera sulle labbra che fa subito sadomaso). Una mente disturbata, insomma, spesso e imprevedibilmente preda di improvvisi e violenti raptus omicidi durante i quali non si fa troppi problemi a lasciare cadaveri per strada grazie all'uso di una lama ricurva (non male rispetto al politically correct di cui tanti lettori si lamentano).


UT è il lavoro migliore e più intenso di Corrado Roi a livello grafico. Non ha mai sfiorato questa sontuosità e il suo è l'omaggio più puro che possa esistere al cinema espressionista tedesco. L'ispirazione alla bellissima pellicola di Robert Wiene del 1920, Il Gabinetto del Dottor Caligari (citata nel nome stesso di uno dei protagonisti della storia) è felice e profonda. E forse nessun altro avrebbe saputo fare meglio di Roi.
Oso un azzardo un po' stupidino (mi rendo conto che è un assurdo). Spesso mi ha sfiorato l'idea che se Roi avesse disegnato meno pagine di quante effettivamente ha realizzato fino ad oggi (tantissime), domani sarebbe stato ricordato come un Maestro autentico al pari di Sergio Toppi o Dino Battaglia. O forse sarà ricordato comunque come tale e la mia è solo una sciocchezza.

Per quanto mi riguarda, uno dei meravigliosi picchi surreali più alti viene toccato con il secondo episodio, con la storia del cancello composto da corpi vivi e dalle successive dinamiche di fuga e ritorno. Stiamo parlando di qualcosa che a livello narrativo non abbiamo mai visto in un albo Bonelli.


Per quanto riguarda la storia, difetti non me ne vengono in mente. Forse il tutto sarebbe potuto durare uno o due albi in meno. Ma anche no.
Se invece dobbiamo dare retta all'opinione da scaffale e dare attenzione alla confezione del prodotto (cosa che io sono abituato a fare da sempre per una questione professionale), bisogna ammettere che graficamente UT è il prodotto forse tra i meno riusciti dell'editore milanese. I "sofismi" visuali come le parti composte sempre da materiali diversi (metallo, cemento, ruggine, cuoio, venature marmoree e mattoni tenuti su da cuciture a filo, borchiette di metallo e viti) e la font simil gessetto con quel "N. 1" stampigliato in copertina, sono cosette da discount.
Una volta accostati uno all'altro, insomma, quella che si vede sullo scaffale è un'accozzaglia di effettacci colorati che non rende assolutamente giustizia all'opera. E le variant cover, per quanto alcune possano risultare anche "graziose", ci azzeccano poco o nulla con lo spirito della serie (a stonare è la natura stessa del colore, lezioso e curato, rispetto ad un immaginario nato proprio per essere in bianco e nero).

Corrado, perdonami, ma sembrano i volantini di Bricoliamo ("Speciale decorazioni da parete").

Permettimi questo piccolo gioco di fingermi al potere: fosse dipeso da me, i sei albi avrebbero avuto un'illustrazione di Roi, assolutamente in bianco e nero (nell'oceano di carta colorata delle edicole, sarebbero spiccate anche molto di più), a coprire interamente prima e quarta di copertina. Il dorso tutto nero o al limite arricchito con parte di un disegno che alla fine, vedendoli uno accanto all'altro, avrebbero composto un'altra illustrazione di Roi, uno di quei bellissimi contrasti tra bianco e nero che solo lui sa ricamare così bene (cosa che ho poi scoperto essere stata fatta con le variant, come puoi vedere QUI, ma con un risultato abbastanza anonimo). E così avremmo accontentato anche chi guarda (giustamente) alla confezione.
Ma sono sicuro che una maggior cura verrà messa nel futuro omnibus che raccoglierà tutta la serie e che la Bonelli non tarderà a mettere in cantiere.

Ma queste sono quisquilie. Quello che conta è che UT, alla fine, si sia rivelata un'esperienza di lettura straniante e diversa (soprattutto diversa) e che nonostante non manchino acredine, odio e sangue, tra le sue pagine non si è mai vista, nemmeno per scherzo, una pistola o un'arma da fuoco ("capro espiatorio" per antonomasia di ogni storia d'avventura e non del fumetto seriale italico).
E questo non credo sia mai accaduto, in una serie (o miniserie) Bonelli.

Avércene.

6 commenti:

Luca Lorenzon ha detto...

Anche a me Ut è piaciuto, pur se non con il tuo stesso entusiasmo. Roi è strepitoso e la storia è molto originale e straniante per i canoni Bonelli. Sicuramente conoscerai il cinema di Werner Herzog (penso a Il Mistero di Kaspar Hauser in particolare): Ut me lo ha ricordato molto.

Così come il protagonista mi è sembrato una decostruzione del classico protagonista bonelliano, tanto più che non ha nammeno un volto!
Io comunque l'ho visto meno "nerissimo e tetro" di come è apparso a te. Il grottesco è preponderante, ma tende a sdrammatizzarsi da solo. Alcuni commenti di Ut mi hanno ricordato un po' i tizi che andavano ad ascoltare il santone di Simon del Desierto di Luis Bunuel.

A me la grafica non è dispiaciuta: più che altro, il fatto che abbiano fatto ricorso alla carta ruvida per le copertine ha tolto un po' della fruibilità delle splendide copertine di Roi (che sono bellissime anche a colori, dai...). Un po' assurdo cercare di raggranellare altri clienti con le variant cover: quelle di Roi erano insuperabili per quanto gli altri colleghi si siano messi d'impegno.

Non credo che Roi non possa essere associato a Toppi e Battaglia per una questione di ipertrofia produttiva. Semplicemente, l'ambito in cui lavora non offre altrettante ribalte né la stessa considerazione. Ma magari le cose cambieranno a breve, visto che le cifre che facevano le riviste d'autore ormai le fanno anche i prodotti popolari.

Michele Borgogni ha detto...

Roi assolutamente meraviglioso. LA lettura non è semplicissima e per una recensione aspetto di rileggere tutti gli albi di seguito, ma sicuramente è una serie diversa dal solito e da consigliare.

LUIGI BICCO ha detto...

@ Luca:
Comincio dal fondo. Ci ho riflettutto parecchio. Il tuo spunto è interessante, ma la questione è spinosa. Ieri i Meastri erano appunto ospitati soprattutto sulle pagine delle riviste d'autore, ma la maggior parte di loro (quasi TUTTI, in realtà), affondavano le mani nel racconto popolare (Pratt, Micheluzzi, Toppi, Battaglia, Crepax, Buzzelli, TUTTI). Oggi quelle riviste, come hai giustamente sottolineato, non esistono più. Ma quella stessa esposizione la gode oggi il fumetto strettamente popolare/seriale.
Ma indipendentemente da questo, la maggior parte degli "autori" di oggi, invece, si è affinata e aggraziata e spesso ha preso distanza da quello stesso fumetto popolare. E proprio per questo, forse, sono numericamente inferiori a ieri (tra l'altro, tu chi ci metteresti? Igort, che è già di una generazione precedente? Gipi? Manuele Fior?). E sempre per questo è probabile che il pubblico di appassionati tra trent'anni riconoscerà come Maestri quelli che oggi hanno a che fare con il fumetto popolare (per dire, Mastantuono, Carnevale, Ambrosini, Ticci, Milazzo, Alessandrini, Frisenda...).
La questione di aver disegnato "troppo" era una mezza provocazione. Ma in realtà credo davvero che più hai sotto gli occhi il lavoro di un disegnatore, più questo tenda a scomparire o, nella migliore delle ipotesi, a diventare norma.
In ogni caso, Roi ha comunque buonissime probabilità di essere ricordato come un grande Maestro. E' cresciuto nello studio di Graziano Origa, voglio dire, eh. E poi perché se penso al lavoro che ha realizzato su UT, senza mai un calo, mi metto le mani nei capelli.
Questo mi è venuto da pensare, ma ovviamente non è detto che il ragionamento fili.
P.S.: Vera la cosa di Kaspar Hauser.
P.P.S.: Mi vergogno un po' a dirlo, ma quel film di Bunuel non l'ho mai visto. Devo metterci una pezza.
P.P.P.S.: Sulle cover non transigo. Tra quello che si è visto "fuori" e quello che si è visto "dentro", c'è un abisso. Quelle che aveva realizzato per Brendon erano più riconoscibili.

@ Michele:
Verissimo. Io stesso ho scritto questa riflessione a caldo (ma non a caldissimo) dopo aver letto di fila tutti e sei gli albi. Merita.

LUIGI BICCO ha detto...

@ Luca:
E poi perché è un meraviglioso artigiano:
https://www.youtube.com/watch?v=K4k-wuNa4-U

Luca Lorenzon ha detto...

Che molti "popolari" siano ormai Maestri riconosciuti è fuor di dubbio (io nell'elenco metterei anche Villa, tra i tanti). Però sono chiusi in un formato che non consente, o consente poco, la raccolta organica e la conservazione.
I racconti di Toppi su Alter non erano poi troppo diversi da certe sue cose sul Corriere dei Ragazzi, ma entrambi potevano avere nuova vita in volume con altre storie, in un formato più dignitoso ed esportabile.
Un fumetto bonelliano lo vedo molto chiuso in sè, senza possibilità di uscire dal suo bacino di riferimento consueto. Per avere un certo tipo di riconoscimento gli autori italiani devono proporsi con qualcosa che non sia bonelliano, penso ai molti che lavorano per la Francia.

LUIGI BICCO ha detto...

Sono d'accordissimo con te. Il discorso di "uscire" da quel bacino di riferimento non fa una grinza. Immagino che la cosa si possa appuntare al fatto che lavorando ai fumetti seriali, si lavora sempre e solo sullo stesso personaggio. Quelli che lavorano per la Francia (come quelli che lo hanno fatto ieri, tra l'altro) avranno una strada facilitata, in questo senso. Così come ce l'hanno avuta i Maestri argentini che hanno avuto la possibilità di lavorare su cose molto diverse tra loro.

Villa? Quel Villa che tanto si fa attendere? Quello che leggenda vuole essere al lavoro da oltre dieci anni su un Texone? Si. Ci sta. Proprio l'altro giorno stavo sfogliando i suoi primi Martin Mystere. Acerbo, lì, ma già tanta roba. E mi è capitato anche di vedere le tavole del figlio, Marco. Niente male, anche lui.

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