22.10.13

Piccoli Spaventati Guerrieri


Si, Orfani è una roba nuova. No, non è il miracolo che salverà il fumetto italiano (ma poi ti spiego anche il perché) e non ho sopportato chi ha fatto critica spulciando il pelo alle scimmie o chi ha già gridato al capolavoro. Né tanto meno chi ci ha intessuto sopra un'analisi seria e disciplinata (è il primo numero di una serie di 12, ma sembra risultare un concetto ostico ai più).

Il primo numero di Orfani, come dicevo sopra, è una roba nuova per una serie di motivi. E' stato davvero preparato come un colossal come hanno detto gli autori (tutto il lavoro che c'è dietro sembra quasi permeato da uno spirito masochistico), ma alla fine, ti chiedi, il suo stato di "colossal" viene percepito allo stesso modo anche dal lettore? La risposta è si. La trama è rivoluzionaria? La risposta è no. Almeno per ora. E ci mancherebbe pure che lo fosse, dopo un solo numero finito in edicola.


Roberto Recchioni ed Emiliano Mammuccari sono stati bravi in tante cose. A creare della suspence (già sul primo numero comincia il giochetto di indovinare chi è chi, che fa tanto brodo), a "omaggiare" con garbata delicatezza le radici della fantascienza e dell'avventura per ragazzi senza mai lasciarti la sensazione di aver copiato questo e quello (Fanteria dello Spazio, Il Signore delle Mosche, Halo, Terminator 2, tutte fonti citate comunque da loro stessi sin dall'inizio). E son stati bravi anche a rompere degli schemi che in Bonelli, chissà perché, non aveva mai rotto nessuno. Come se adesso, con Orfani, tutto fosse consentito (e allora meno male, dico io).

Tanto per dire una sciocchezza, "culo" e "puttana", se non erro, non si erano mai letti in un albo Bonelli e se a te sembra poco, a me invece ha divertito. Ma anche splash page e vignettone (che al massimo si erano viste qualche volta su Nathan Never), una colorazione degna di un lavoro internazionale (e per la quale c'è da fare sentiti complimenti a Lorenzo De Felici). Si, perché lo senti subito che Orfani è stato assolutamente pensato per finire ovunque, con quel respiro un po' così, più ampio del solito.


Sono stati bravi tutti a veicolare la serie sul web, battendo a tappeto e percorrendo tutte le strade possibili, promuovendola come mai era stato fatto prima per una serie a fumetti, con un numero 0, poster, teaser e video vari, collaborazioni con siti che di solito si occupano di altro (multiplayer.it) e con riviste di varia (XL e Wired).
Sono stati bravi anche a tirar su uno staff di tutto rispetto per una serie nuova. Portando nella casa editrice milanese anche gente che non ci aveva mai messo piede (tra disegnatori, coloristi e grafici) o che fino a ieri avresti giurato che non ce l'avrebbe messo mai, quel piede. Non perché NON capaci, ma perché dotati di quel segno lì che "si va bene, ma non è abbastanza Bonelliano". Sono stati bravi a voler costruire un piccolo universo.
E Mammuccari è stato tanto tanto bravo con le sue 100 tavole perché è bravo a prescindere, non te lo devo certo dire io.


Questo primo albo aveva il compito di presentare i set e i personaggi. C'è riuscito bene. Il prezzo è alto, per le edicole. Almeno per chi ci passa occasionalmente a prendere un Diabolik. Se ti allontani poco poco dalla tua scrivania e ti guardi intorno, capisci che quel prezzo, in realtà, è davvero una miseria. Non startene a lamentare troppo, insomma. In fumetteria, per una roba del genere avresti dovuto spendere tra i 10 e i 12 euro.

Ripeto, Orfani NON è il nuovo miracolo tutto italiano. Ma la questione è che non ha bisogno di esserlo. Perché i miracoli non si fanno, quando devi prima fare tanti piccoli passettini mettendo i piedi uno dietro l'altro. E la serie sembra volerne fare diversi, di quei passettini. Un applauso quindi agli autori tutti per le scelte coraggiose. Ma un applauso particolare alla Bonelli per aver dato sostanza a quelle stesse scelte coraggiose.

Insomma, qualcosa di nuovo in edicola c'è (poi non cagare il cazzo che "no guarda il fumetto Bonelli mi annoia").


P.S.: Un grosso bravo a Paolo Campana (in arte Ottokin, tra le altre cose curatore del bel sito Bloggokin) che si è occupato di tutta la parte grafica. I redazionali interni (2a di copertina e pagina 4) e la preview dell'albo successivo in 4a sono impaginati magnificamente. Anche se la grafica di copertina, non so perché, mi sa di anni '80 (un po' fustino del Dixan, un po' card Miralanza). Ma questo è un problema tutto mio con gli elementi grafici che si perdono oltre i margini laterali e con un mestiere del cazzo dove tutti si sentono in dovere di dire la propria (scusa, Paolo, lo so).
P.P.S.: Dio solo sa quanto mi piaccia Carnevale (e dovresti saperlo anche tu, visto come te ne ho parlato qui). Ma sulla copertina del primo numero, il ragazzino in primo piano, Hector, sembra avere la testa un po' grande (o forse è il braccio ad essere troppo piccolo, boh). Insomma, a me sembra più un nano che un ragazzino. E' una cosa solo mia? (Perdonami se puoi, Maestro).

10 commenti:

Alberto Cerutti ha detto...

Alla fine si scopre che è un nano. E che è l'assassino. #spoiler

davide garota ha detto...

bella recensione, semplice e senza pretese. L'ho letto, me lo sono comprato la mattina del 16 appena è arrivato. Non mi ha entusiasmato, se non per i colori. Però è un gran lavoro e continuerò a seguirlo come non faccio da vent'anni per i fumetti Bonelli. L'unica critica che mi sento di fare è che si potevano evitare le didascalie che spiegano...Tipo, per intenderci, quando i bimbi uccidono l'orso: era veramente necessario mettere le didascalie che spiegano i disegni? Questo mi ha deluso, forse però la casa editrice richiede questo tipo di descrizioni ridondanti per i lettori affezionati Bonelli. Per il resto tutti molto bravi, anche se manca un guizzo di originalità.

davide garota ha detto...

Per quanto riguarda la copertina: lascia stare. Che vuoi criticare a Carnevale? Il bimbo non ha la testa grossa, e neanche le braccia son grosse...Forse forse l'avambraccio destro troppo muscoloso, ma ci sta, ci sta. Altro che nano...Lo vedi lo stile?

Alessandro Olivo ha detto...

Orfani non è un miracolo, ma comunque è una rivoluzione: nessuna serie o miniserie bonelliana era mai stata progettata interamente a colori (e che colori: mica la solita quadricomia usata ogni tanto....). I colori qui sono parte fondante della narrazione. E il target dichiarato sono i ragazzi cresciuti a play station che non leggeranno mai Dylan Dog o Tex in bianco e nero...
La Bonelli si fa riconoscere di nuovo per una sua caratteristica fondante: innovarsi nella tradizione, ovvero produrre fumetti d'avventura di alta qualità, con il massimo impegno e rispetto per il lettore. Non c'è altra casa editrice di fumetti in Italia che può vantare simili caratteristiche e successi.

LUIGI BICCO ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
LUIGI BICCO ha detto...

@ Alberto:
Un po' come nel "Non ho Sonno" di Dario Argento, insomma :)

@ Davide:
Il tema delle didascalie narranti è una roba vecchia come il mondo. C'è che a volte ci stanno e a volte no. Ci sono sceneggiatori di fumetti che proprio non ne potrebbero fare a meno (vedi Ed Brubaker) e che le fanno funzionare come si deve. Problema che esiste anche nel linguaggio cinema (vedi Blade Runner e il director's cut voluto da Scott).
In questo caso credo siano volute dagli autori. Personalmente non mi hanno disturbato.
E no, a Carnevale che gli devi dire? Mi prostro come un bastardo al suo cospetto per l'arte ficcata a forza tra le sue dita. E' uno dei giganti. Questa cosa del nano è proprio una roba che mi si è impressa nell'occhio. Solo una piccola, stupida sensazione.

@ Alessandro:
Sono d'accordo sulla colorazione. Non è solo valore aggiunto ma parte integrante del tutto. Mi sono infatti chiesto come avrebbe funzionato lo stesso albo in bianco e nero.
"Non c'è altra casa editrice di fumetti in Italia che può vantare simili caratteristiche e successi."
Né c'è mai stata, a dire il vero. Anche se sarebbe stato interessante avere almeno un altro "polo" a cui attingere.

La firma cangiante ha detto...

Preso ma ancora non l'ho letto e quindi... ma poi perché il fumetto Bonelli dovrebbe annoiare? A volte leggo storie di Tex molto più divertenti di tanta altra roba pretenziosa e di tante Graphic Novels di sta fungia di.... ops mi sto lasciando andare... è Tex è la tradizione, non certo l'innovazione.

Comunque appena lo leggo ti faccio sapere.

LUIGI BICCO ha detto...

Personalmente non sono mai riuscito a fare troppe differenze di linguaggio tra un tipo di fumetto e l'altro. Non più di quante se ne farebbero tra un film e una serie tv (strutturalmente diverse in modo profondo, ma in entrambi i casi, gli attori, sempre dietro una telecamera devono stare). Ma a leggere opinioni sparse per il web, sembra che tutti stiano lì ad odiare il fumetto seriale italiano. Sconcezze :)

CREPASCOLO ha detto...

Il turpiloquio è arrivato in SBE con Tex - questi regazzini che arrivano oggi con decorrenza domani con la loro versione delle four letters word americane...pfui - che ha sempre infarcito i suoi balloons di scandali come " Sei un maledetto altrimentidetto !" osando, persino, un ineffabile " insigne babbeo vestito a festa ! "
( Sangue Navajo, il Watchmen di Aquila della Notte, il Dark Knight Returns del Ranger + amato dagli italiani ). Immagino che Bonelli sr e Galep siano stati sommersi da lettere dei fans che stigmatizzavano la novità di quel chiamare le cose con il loro nome , come direbbe Hemingway
( off topic: ma quanto sarebbe stato bello un Mister No scritto da Ernest e disegnato da Frank Robbins ? ) . Io confesso di essere un signore di mezz'età cresciuto con Jane Austen e ancora arrossisco al ricordo del Crepascolo verde che scorreva quelle pagine ripiene di termini che credevo fossero solo dei marinai livornesi. Non ho ancora letto Orfani , ma lo farò. Forse prima chiederò a Crepascola di sbianchettarmi le parole poco eleganti con cui il sig. Recchioni indica le terga e le signorine non timide che vendono il loro corpo...

LUIGI BICCO ha detto...

Oh, ma puoi andare tranquillo, eh. A parte quelle, altre parole "poco eleganti" non ce ne sono :)

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