31.8.12

Piccola lezioncina di illustrazione editoriale a me stesso medesimo


Dunque. In edicola da oggi c'è il nuovo numero di Internazionale con una mia nuova illustrazione. L'ho realizzata a corredo di un articolo firmato dallo scrittore romeno Norman Manea intitolato La nostra vita è nei libri. Parla di identità, di libri e di formazione. Inizialmente, per questo lavoro, mi ero riproposto di ispirarmi a quello di René Magritte, che alla ricerca sull'identità ha dedicato tutta una vita. Chi meglio di lui, quindi?

Poi, come sempre, le cose hanno preso un'altra piega. Tutto è partito da un interessante passo dell'articolo dove Manea asserisce che, probabilmente, alcuni personaggi a noi cari della letteratura, hanno formato la nostra identità più degli amici veri in carne ed ossa. Ho trovato questo concetto parecchio forte e ho cominciato ad eliminare la massa in eccesso da qui.

Le prime idee e i primi concetti, mi hanno subito riportato però ad una serie di dubbi che si rifanno alle basi dell'illustrazione editoriale e a delle domande cruciali:

Com'è giusto che sia interpretata e realizzata
una buona illustrazione editoriale?

E' giusto che sia chiara e che esprima concetti
non troppo complessi nel loro insieme?

O è giusto che, al contrario, per libera interpretazione
dell'autore, possa risultare anche difficilemente assimilabile
solo ad una prima occhiata?

Per entrambe le ultime due domande, la risposta è NO.

Se in un articolo nel quale si parla di baseball, visualizzi solo un guantone e una palla, quello che hai fatto è concime. A meno che lo stile non sopperisca all'estrema sintesi del concetto.

Se in un articolo nel quale si parla di baseball, visualizzi un cappello da pompiere della metà dell'800, aspettandoti che il lettore lo colleghi da solo al fatto che Alexander Cartwright, inventore di questo sport, era anche un pompiere volontario, quello che hai fatto è cacca comunque. E non ti sto a spiegare nemmeno perchè.
Una buona illustrazione editoriale può raccogliere più concetti ed essere aperta all'interpretazione di chi la guarda, ma i concetti espressi, nel loro insieme, devono rimandare ad una idea di base chiara. Pulita. Precisa.
Come tutte le cose belle, insomma, anche questa rientra perfettamente nella canonica sfumatura tra il bianco e nero. E' sempre una questione di equilibrio. Se credi di dover educare il lettore alla tua visione "d'artista", sei un imbecille. Se stai realizzando un'illustrazione editoriale, non stai facendo arte. Questa cosa dovresti averla già capita da solo. Se vuoi fare arte e fai illustrazione editoriale, c'è qualcosa che lungo il cammino ti ha portato sulla strada sbagliata. Arrangiati da solo.

Basandomi sempre su queste personalissime visioni e dopo aver partorito una serie di bozzetti per il lavoro su Internazionale, mi sono accorto che la forma espressa in quelle idee erano distanti dalle visione succitate. In un verso o nell'altro.

Allora in una pausa pranzo in ufficio ho chiesto ad un collega che mi prestasse la faccia. L'ho fotografato in più pose (sempre in piano americano) e collocato in mezzo a due punti luce. Volevo che le ombre si concentrassero di più sulla parte centrale del volto per conferire al ritratto un po' di drammaticità.
La sera, una volta a casa, ho rielaborato gli scatti. Un piano americano frontale andava benissimo, ma c'era qualcosa di troppo umano nel volto del mio collega e io volevo un'espressione più alienata, quasi asettica. Dopo un'attenta osservazione ho notato che, in parte, l'umanità era donata dal fatto che il volto non era esattamente simmetrico. Non c'era simmetria perchè la parte destra e qualla sinistra del volto differivano per pochi, minuscoli particolari (un occhio leggermente più chiuso, un angolo della bocca più in su), ma che bastavano a distogliere l'attenzione da quel che volevo ottenere. Allora ho lavorato solo una parte del volto, poi l'ho copiata, incollata e ribaltata e unito le due parti. Ed era quasi perfetto.


Insomma, più o meno questo:

E' diventato questo:

Quando ho cominciato a tracciare la figura in Illustrator, l'unica idea che avevo e che sembrava avermi convinto, era quella di un volto celato da una maschera. E la maschera era un libro aperto. Sapevo già che, oltre il nero, non avrei utilizzato più di 2 colori dalle tonalità forti. E sapevo già che la pelle sarebbe rimasta bianca, giusto per rimarcare ulteriormente quel concetto di alienazione del quale parlavo. Volevo insomma rappresentare un'identità del tutto nuova, nel pieno della sua formazione, che prendeva vita grazie ad un libro e al suo contenuto.

La cosa, in qualche modo, sembrava funzionare. Anche se quella sensazione di disorientamento tipica che ho sempre quando guardo per la prima volta con attenzione una mia illustrazione finita, persisteva con prepotenza. E' stata mia moglie a farmi scattare una scintilla. Ha notato infatti che i piani di lettura erano diversi e, forse, non tutti attinenti ai temi dell'articolo.
Mentre io volevo solo collegare la maschera al concetto di identità formatasi anche grazie a personaggi di finzione letteraria, lei mi ha fatto notare che una maschera sul volto, naturalmente, esprime anche un concetto di doppia identità o di identità celata.

E' stato allora che ho eliminato i buchi per gli occhi dalla copertina e dalla quarta e ho tirato giù il libro a coprire tutto il volto. Operazione abbastanza veloce, eseguita per un attimo come se fossi in stato di trance. E il risultato era esattamente quello che avrei voluto ottenere sin dall'inizio. Ovvero l'identità che è libro e il libro che è identità. E sicuramente, come risultato, più giusto di quello precedente.
Ottenuto camminando sul ciglio di un burrone, con l'aiuto di mia moglie che mi ha tirato per un braccio dalla parte giusta.


Infine, nell'illustrazione, anche il codice a barre sulla quarta e il riquadro colorato sulla copertina del libro hanno un loro perchè molto personale. Ma non vi spiegherò mai quale. Tutto questo non è per farvi la lezione su cosa sia o non sia una buona illustrazione editoriale, ma solo per permettere a me stesso di raccogliere le mie personali idee sulla questione, da troppo tempo lasciate in un angolo a stagnare. Non so quando e se ritornerò sull'argomento, perchè ognuno ha le sue idee e come diceva il buon Truman:


"Buongiorno. E se non dovessimo rivederci,
buon pomeriggio, buonasera e buonanotte."

9 commenti:

sartoris ha detto...

grande Bicco, interessante riflessione attorno al tema (adoro i tuoi post che parlano di grafica;-)

Luca ha detto...

Bravo, mi piace questo lavoro ed anche la narrazione che ne è scaturita.
Aggiungo che le ombre grigie sul volto/copertina mi ricordano anche le macchie di Rorschach con tutte le implicazioni che ci vorrete vedere, o leggere.

Alberto Camerra ha detto...

Ottimo approfondimento del tuo concetto, Luigi.
E, come sempre, illustrazione brillante.
Poi, se si parla di libri, non posso certo essere troppo lontano...
;)

CyberLuke ha detto...

Parlare della genesi dei propri lavori è quasi invariabilmente un'operazione interessante sia per chi scrive che per chi legge.
Questo post non fa eccezione.

LUIGI BICCO ha detto...

@ Omar:
Grazie, Omar. Fa piacere che qualcuno possa apprezzare una lezione a me stesso ;)

@ Luca:
Visto? E' quello di cui parlavo nel post. E' giusto che l'illustrazione sia "leggermente" aperta anche all'interpretazione di chi la guarda. E pensa che le macchie di Rorschach non le ho fatte neanche apposta :)

@ Alberto:
Grazie, caro. fortunatamente i libri sono un argomento molto discusso.

@ Luca:
Già. Diciamo che ci si diverte anche in questo modo. E' un buon divertirsi, tutto sommato :)

ari ha detto...

....ed io che pensavo di averti deluso stavolta, nei miei feedback...
grazie mirito (hai scritto miglie verso la fine del post.. :)
bella la storia delle macchie di Rorschach!!

LUIGI BICCO ha detto...

@ Ari:
Messo a posto il refuso. Non potevo proprio lasciarlo così com'era :)
I tuoi feedback sono SEMPRE utili. E' che a volte devono cozzare con un lato artistico (leggi: "orgoglioso").

Domenico Ricciardi ha detto...

Ottimo cuGINO! Sono rimasto sbalorrdito dalla facilitá con la quale hai saputo sviluppare un argomento sicuramente complesso. Brava anche ad ARI.. del rest ..si sa.. accanto aad un grande uomo c'é sempre una grande donna. Baci ; )

LUIGI BICCO ha detto...

Mimmone :D
Che piacere averti da queste parti. Grazie per i complimenti. Ci metto sempre tutto quello che posso, nelle mie piccole, modeste illustrazioni. Un abbraccione a te.

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