3.2.16

Hellnoir

L'idea delle miniserie nel classico formato bonelliano ma suddivise in più albi si sta rivelando interessante anche sul lungo termine. E' l'unico modo per godere di storie ad ampio respiro a metà strada tra i Romanzi Bonelli di grande foliazione e le miniserie vere e proprie da dodici e passa numeri.
Dopo la buona prova di Manfredi, Barbati e Ramella su Coney Island e l'esotico Tropical Blues di Mignacco e Foderà, ad intrattenere il pubblico pagante è toccato a Pasquale Ruju e Giovanni Freghieri con la miniserie in quattro parti Hellnoir.


Inutile girarci troppo attorno. Come si evince anche dai suoi lavori passati, Ruju è un grande amante dell'hard boiled e con Hellnoir gli rende omaggio intessendo una trama solida e abbastanza "spassosa". Gli stilemi, i vezzi e i cliché del genere ci sono tutti (forse anche troppi), dalla città sudicia e criminosa, al granitico protagonista tutto d'un pezzo, dalle didascalie in prima persona alla femme fatale moglie del boss intoccabile. Ma proprio per questo bastava davvero poco per mandare tutto in vacca. Invece Ruju sembra essersi divertito a confezionare il proprio viscerale tributo ad un genere (quasi) intramontabile, spennellando il tutto con tinte horror e grottesche.
In fondo Hellnoir è una città di morti.


La trama?
C'è una città, da qualche parte, fra il nostro mondo e l'altro. Una metropoli oscura, sterminata, tentacolare. Hellnoir è il suo nome. Vi finiscono tutti coloro che hanno avuto una morte violenta, e la loro seconda vita, laggiù, è quasi sempre più dolorosa e crudele della prima. Perché a Hellnoir devi seguire certe regole, se vuoi sopravvivere. Melvin Soul, detective, le conosce tutte. La morte per lui non ha segreti. E quell'inferno, l'inferno di Hellnoir, lui lo chiama "casa".
In pratica, dopo la sua dipartita per mano di un misterioso assassino, Melvin Soul, detective in vita e in morte, è "approdato" a Hellnoir, città violenta che secoli prima era l'inferno propriamente detto, quello dantesco. A vigilare (male) sul tutto, la dinastia infernale dei daem, sorta di guardiani corrotti e crudeli al servizio delle alte sfere.
Tra i due mondi, però, rimane aperto uno spiraglio grazie al quale Melvin riesce ancora a comunicare con sua figlia, ispettrice di polizia, ed aiutarla in un caso spinoso che potrebbe costarle la carriera.

Per quanto riguarda i disegni, Freghieri mette insieme la bellezza di quasi 400 tavole con il suo solito stile elegante, questa volta venato da necessarie sfumature, dove il bianco e nero netto viene sporcato da pochi tratteggi, forse necessari o forse no. C'è da dire che il lavoro del disegnatore piacentino è notevole, anche se questa cosa di sottolineare a più riprese che non si è ispirato a "terzi" ma piuttosto ai propri inizi, perde un po' il tempo che trova.


Freghieri può anche essere tornato alle origini per l'occasione (è disegnatore assai versatile e la cosa può essergli riuscita anche facile), ma oggi come oggi, abbinare un certo stile di disegno (il suo) ad un certo tipo di storia (hard boiled), riporta immancabilmente ad un altro titolo più noto (Sin City) e a allo stile di quell'altro disegnatore più noto (Frank Miller). Questo non per sminuire il lavoro di Freghieri che, anzi, dona una bella prova sfoggiando una variazione più che pertinente.

Lettura interessante.

P.S.: Dispiace apprendere che tra una miniserie e l'altra passerà più di un mese. La prossima in sei parti, intitolata UT, opera di Paola Barbato ai testi e di Corrado Roi ai disegni, sarà in edicola (e, piccola novità, allo stesso tempo anche in fumetteria) non prima di aprile. 

3 commenti:

La firma cangiante ha detto...

Guarda, mi hai praticamente rubato il prossimo post e in linea di massima condivido anche il tuo parere sulla mini che mi sono goduto parecchio. Quest'ultima uscita mi ha anche fatto riflettere sulle critiche abbastanza frequenti che trovo in rete sulla produzione Bonelli che a me sembra comunque mettere sul piatto abbastanza spesso cose gustose. Ma questo è un discorso un po' più complesso che magari si intavolerà un'altra volta.

Alessandro Olivo ha detto...

Purtroppo, pur amando Ruju e Feghieri, questa mini-miniserie mi ha subito deluso, tanto che l'ho abbandonata dopo il primo numero. Va benissimo l'hard boiled, genero che adoro, ma trasportato in una città dei morti, anche no!

LUIGI BICCO ha detto...

@ Dario:
Come dicevamo altrove, il pregio di queste miniserie è quello di dare alle storie brevi e a termine un più ampio respiro.

@ Alessandro:
Non so. L'hard boiled piace tanto anche a me. Ma nudo e crudo, così com'è, ormai è stato esplorato in tutte le salse. Ho gradito insommma proprio la commistione con altri generi.

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